LA SALVEZZA DELL’ANIMA PASSA PER LA TAVOLA!

29 Set

Cibo e religioni: dietro ogni pasto tradizioni e precetti antichi

 

Gli italiani mangiano troppo, ma soprattutto male!

Le ricerche del nutrizionismo moderno evidenziano infatti che, tralasciando gli aspetti quantitativi, nelle nostre dispense si trovano troppo spesso alimenti industriali di scarsa qualità, saturi di conservanti, additivi, coloranti, che ne alterano il valore e che possono anche rivelarsi nocivi per la salute. Spesso inoltre tendiamo a mettere in tavola le cosiddette “combinazioni sbagliate”, ossia quelle associazioni di cibi che fra loro non vanno d’accordo e che sono alla base di numerosi disturbi, come gonfiori, allergie, intolleranze, cattiva digestione, acidità, fermentazioni intestinali, cellulite, etc.

Per rimediare a questi errori, consultare dietologhi e nutrizionisti è senza dubbio la strada più indicata; c’è tuttavia qualcos’altro, oltre alla scienza, che può venirci in aiuto: la religione. Ogni credo infatti porta con sé un complesso di regole alimentari, che, a seconda del contesto, incidono in maniera più o meno significativa sulle singole consuetudini. Il rapporto con l’alimentazione, dunque, dice molto riguardo alla fede del credente e al suo regime di vita, che, il più delle volte, lo porta a scegliere con maggior criterio ciò che mangia. Per quasi tutti i fedeli, infatti, il cibo è “fonte di vita” e rappresenta un dono proveniente direttamente da Dio, motivo per il quale un’alimentazione poco attenta rischierebbe di contaminare, oltre al corpo, anche lo spirito di chi la segue.

Prorpio al fine di “purificare” il corpo dalla corruzione che deriverebbe da un consumo sfrenato e distratto di cibo, le religioni raccomandano, nell’ambito di un modus vivendi sano e igienico, di astenersi dall’impiego di alcuni alimenti e, in alcuni casi, invitano persino al digiuno.

Molti culti orientali, ad esempio, particano il vegetarismo. Per buddhisti, induisti e janisti infatti mangiare la carne equivale a una grave crudeltà e implica la mancanza di rispetto nei confronti della vita di altri esseri senzienti. Inoltre è loro proibita qualunque sostanza ritenuta “tossica”, come naturalmente il fumo e le droghe, ma anche alcolici, caffè e thè. Lo stesso divieto riguardo gli elementi nocivi è valido anche per i mormoni, i quali, sebbene mangino carne, hanno l’obbligo di farlo con moderazione e che inoltre digiunano una volta al mese.

Assai più complesso risulta il corpus normativo prescritto nella Bibbia e osservato dagli ebrei. Il cibo è un aspetto fondamentale nella vita del popolo d’Israele e ne scandisce i momenti chiave; i precetti alimentari sono infatti considerati il mezzo per portare il sacro nel quotidiano, per cui la tavola si innalza ad altare, sul quale disporre soltanto cibi scelti con severa accuratezza, secondo quanto esplicitamente comandato (le disposizioni a riguardo si trovano nel capitolo 11 del Levitico). Le prescrizioni si basano sulla ripartizione dei cibi in due grandi categorie: la Torah* distingue tra animali taref, non idonei, impuri (e quindi proibiti), e animali kasher, ossia permessi. Per quanto riguarda i mammiferi, è ad esempio consentito nutrirsi di quadrupedi ruminanti con zoccoli spaccati, la cui l’unghia sia bipartita; è il caso di mucca, bue, pecora, capra e cervo. Al contrario sono ritenuti impuri maiale, cammello, coniglio, lepre e cavallo. I volatili sono tutti permessi, tranne i notturni e i rapaci. Inoltre è consentito mangiare esclusivamente i pesci che possiedano sia pinne che squame; ne consegue che sono esclusi molluschi e crostacei. È infine vietato cibarsi di qualsiasi animale che possa suscitare disgusto (anche tenendo conto degli usi del luogo), come ad esempio, topi, lucertole, lumache e la maggior parte degli insetti. Gli animali permessi sono tuttavia ritenuti kasher soltanto se vengono uccisi secondo una particolare tecnica, chiamata shekitàh, che consiste nello sgozzare la bestia con un coltello affilatissimo, in modo da recidere le arterie carotidi, causando una perdita di coscienza quasi immediata (il che limita al minimo la sofferenza dell’animale) e permettendo al tempo stesso che il sangue scoli completamente dal corpo. Agli ebrei infatti è assolutamente proibito consumare sangue: “Non potrete mangiare nessun tipo di sangue dovunque voi risiederete, sia esso di volatile o di quadrupedi”(Levitico, 7, v.26), questo in quanto esso è considerato sede della vita stessa. Come noto alla scienza inoltre, il sangue è carico di tossine negative per l’essere umano e, se l’animale si spaventa di fronte alla morte imminente, scarica nel sangue adrenalina, anch’essa tossica. Con il metodo della shekitàh, dunque, l’improvvisa mancanza di ossigeno al cervello rende la morte istantanea, mentre i riflessi condizionati che ne seguono fanno sì che il sangue fuoriesca, rendendo inoltre la carne così ottenuta meno soggetta a deterioramento. Qualora però, dopo averne controllato gli organi interni, ci si accorgesse che l’animale ritualmente macellato presenti malattie o difetti fisici, sarebbe ugualmente vietato cibarsene.

L’ultima delle norme che regolano il regime alimentare ebraico riguarda il divieto di consumare carne e latte nello stesso pasto. La regola trova le sue radici nel passo biblico “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre” (Deuteronomio, 14, v.21) e sembra esprimere implicitamente un messaggio di compassione, il desiderio dell’Onnipotente di comunicarci l’ambiguità morale causata dalla distruzione della vita animale per il nostro godimento culinario. Accanto a questa teoria, esiste però anche la dimostrazione scientifica del fatto che l’inosservanza di tale precetto comporti una riduzione dell’assorbimento intestinale del ferro contenuto nella carne. I latticini infatti formano una sorta di pellicola intorno ad essa, rendendola così inattacabile dagli enzimi preposti alla digestione.

L’estrema rigidità di queste norme può sembrare fanatica ed estremistica, ma in realtà costituisce un’importante garanzia per il consumatore; tanto che, specialmente dopo il timore per il morbo della mucca pazza e per l’aviaria, anche moltissimi italiani non ebrei hanno cominciato a scegliere i prodotti kasher, proprio in virtù dei severi controlli cui sono soggetti, ritenendoli più sani e igienicamente più sicuri. Negli ultimi anni l’esigenza di una maggiore tutela nel settore alimentare ha innescato un vero e proprio “fenomeno del kasher”, facendo addirittura preferire tale marchio a etichette come “biologico”, “naturale”, “senza additivi”, etc.

Come per gli ebrei, anche per i musulmani è lecito mangiare soltanto animali uccisi secondo le regole della macellazione rituale (tadhkiya) e la selvaggina alla quale il cacciatore (musulmano) ha sparato pronunciando la formula “Bismillâhi, Âllâhu âkbar” (“Nel Nome di Dio, Dio è il più grande”). Inoltre ai fedeli è esplicitamente proibito consumare carne di maiale, nonché di animali trovati morti. Alcune scuole di giurisprudenza sconsigliano anche di cibarsi di carne di cane, gatto, asino e rognoni, di alcune parti del corpo (come il midollo e il cervello) nonché degli attuali prodotti alimentari con conservanti o altri ingredienti di origine animale, indicati nelle etichette con la lettera ‘E’. Sono infine proibiti i collageni e le gelatine animali. Da non dimenticare poi che, per evitare gaffe a pranzo con un musulmano, meglio non ordinare del vino: il consumo di alcolici infatti è severamente vietato ai fedeli di Maometto.

A differenza delle altre religioni, il cristianesimo a tavola non prevede alcun vincolo. Come dice San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “Anche il mangiare e il bere sono per la gloria di Dio”. In ragione di ciò l’”apostolo dei Gentili” esorta i fedeli a consumare ogni qualità di cibo, senza temere ripercussioni sull’integrità dello spirito, purché per ogni pietanza venga ringraziato il Signore. Tale autonomia di scelta in ambito alimentare rappresenta, come visto, un’importante eccezione nel contesto religioso; soltanto ai cristiani infatti è permesso di assaggiare senza remore “i sapori” delle altre culture: “Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno” (Vangelo di Luca). Tuttavia anche la Chiesa pone qualche limite, condannando il consumo sfrenato di cibo per il solo piacere dei sensi e ricollegandosi così all’idea di santità e purificazione che si ottiene attraverso la capacità di limitare le proprie voglie fisiche e i propri desideri istintivi. Per questo scoraggia innanzitutto l’eccesso di alcol e invita ad astenersi dal mangiare carne durante i venerdì di Quaresima e al digiuno penitenziale il Mercoledì delle Ceneri.

Un ultimo aspetto da prendere in considerazione è quello legato alla salute psicologica di chi fa un consumo smodato del cibo.  Quello che per i cristiani è  un semplice peccato di gola, può rivelarsi infatti un peccato assai più grave: quello verso la sacralità del proprio corpo, mezzo di comunicazione primario di noi stessi. Perdere il rapporto corretto ed equilibrato con il cibo equivale infatti a perdere il rapporto con se stessi. In questo ambito le norme religiose possono rappresentare un ulteriore appiglio per i fedeli in lotta continua con la bilancia.

Giulia Sonnino

* “Legge ebraica”. Con questo termine si indicano i cinque libri del Pentateuco, conosciuti anche come Antico Testamento

CISTITE: PER MOLTE DONNE UNA COMPAGNA DI VIAGGIO ABITUALE

1 Lug

Al mare aumentano i rischi di contrarre questa fastidiosa infezione

 

Finalmente al mare! Ma al primo tuffo in acqua, ci risiamo: ecco riapparire puntualmente quella fastidiosa cistite, che ogni estate rischia di trasformare le nostre vacanze in un incubo.

 Si tratta di un’infezione tipicamente femminile, la più diffusa tra le infezioni urinarie, tanto che circa il 91 per cento delle donne ne è stata colpita almeno una volta nella vita. Ad esserne responsabili una serie di batteri (l’Escherichia Coli, lo Stafilococco e lo Streptococcus) che riescono a contaminare l’uretra, colonizzarla e risalire la vescica, infiammandola e dando così luogo a fastidiosi disturbi. Continuo e urgente stimolo a urinare, dolore e bruciore della vescica, gonfiore, fitte al basso ventre, e talvolta anche febbre e tracce di sangue nelle urine, sono i sintomi più comuni che accompagnano questa patologia, che si manifesta con più assiduità proprio durante i periodi di vacanza.

Viaggiare significa infatti anche modificare i propri ritmi e la propria routine e questo, talvolta, implica andare incontro a fastidiosi malesseri, di cui la cistite è uno degli esempi più comuni. Al mare, complice il cambio di clima e di abitudini, i fattori di rischio aumentano vertiginosamente: caldo e sudorazione sono i primi colpevoli, in quanto riducono la quantità di urina prodotta, determinando un incremento della concentrazione batterica nella vescica. L’ambiente umido, come quello determinato dal costume bagnato tenuto addosso per diverse ore, crea poi le condizioni ottimali alla proliferazione dei batteri e, di conseguenza, l’insorgere dell’infezione. Salsedine, sabbia e polvere contribuiscono anch’essi a far prolificare i microrganismi nocivi,irritando e quindi indebolendo le difese della mucosa vaginale, così come pure l’acqua di mare, che, soprattutto laddove non sia pulita, è spesso ricca di batteri coliformi. E non si salva dal contagio neppure chi sceglie la piscina: anche il cloro, infatti, impoverendo le difese immunitarie, favorisce l’insorgere del disturbo. Ad aggravare il quadro si aggiunge infine il fatto che nel periodo estivo cresce la cattiva abitudine di avere rapporti sessuali non protetti, e, con essa, si intensifica la diffusione di virus e batteri da un partner all’altro.

Per combattere la cistite, il primo passo da fare è quello di seguire alcune semplici regole comportamentali, in grado di minimizzare i fastidiosi sintomi e ridurre i tempi di guarigione. Durante l’infezione, sarebbe innanzitutto opportuno evitare i bagni al mare, così come tenere addosso lo slip bagnato (meglio cambiarlo subito con uno asciutto e preferibilmente di cotone). Nell’igiene intima è importante non abusare di lavande e detergenti, utilizzando esclusivamente quelli con pH 5, il più simile a quello vaginale. Bisogna inoltre svuotare la vescica ogni qualvolta si senta lo stimolo: trattenendo la pipì a lungo, infatti, si favorisce l’infezione. È importante poi guardarsi dagli sbalzi di temperatura, in quanto la vasocostrizione che ne deriva potrebbe accentuare l’infiammazione.

 Per scongiurare il rischio di contagio è utile tenere biancheria e asciugamani separati,  ma anche le abitudini alimentari giocano un ruolo fondamentale: è necessario, quindi, osservare una dieta povera di zuccheri, evitare cibi piccanti, alcolici, caffè, bevande gassate e fare particolare attenzione a coloranti e conservanti. Una dieta ricca di frutta, verdura e fibre è essenziale per tenere pulito l’intestino, così come bere molta acqua (l’ideale sarebbe due litri al giorno), utile per purificare la vescica ed eliminare le tossine dall’organismo. Un’ottima abitudine per prevenire la cistite è quella di assumere ciclicamente fermenti lattici vivi, un valido aiuto per rinforzare le difese immunitarie dell’organismo; inoltre è spesso consigliato l’utilizzo di mirtillo sotto forma di capsule (in grado di ristabilire il corretto pH della mucosa vaginale, impedendo ai batteri dannosi di attecchire alle pareti della vescica) e di uva ursina (un potente antibatterico naturale, che disinfetta le vie urinarie). Per lenire il bruciore esistono infine pomate specifiche da applicare localmente e, nei casi più gravi, diviene opportuno ricorrere all’uso di antibiotici. I rapporti sessuali sono da accantonare almeno nelle fasi più acute dell’infiammazione, per evitare che sfregamenti e microabrasioni possano peggiorare la situazione e, comunque, è opportuno utilizzare sempre il preservativo.

Insomma, se non vogliamo passare anche queste vacanze chiuse in cabina a combattere con quell’imbarazzante bruciore, non trascuriamo questi piccoli accorgimenti…potrebbero salvarci l’estate!

 Giulia Sonnino Mimun

PC PORTATILE: NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

5 Apr

Disturbi muscolo-scheletrici, alla vista e alla pelle:

ecco a cosa andiamo incontro

se usiamo male il notebook


            Oltre che flessibile, negli ultimi anni il lavoro sta diventando sempre più “mobile”. Questa tendenza ha avviato un importante processo di “scollegamento” tra lavoratore e luogo di lavoro, di cui i pc portatili sono stati protagonisti; tanto che anche il legislatore ha dovuto inseguire quest’evoluzione, occupandosi della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori in relazione all’utilizzo delle “macchine di videoscrittura senza schermo separato”, ossia, per l’appunto, dei computer portatili. Secondo quanto stabilito dal D.Lgs.81/2008 l’impiego prolungato di queste apparecchiature necessita, infatti, della fornitura di una tastiera e di un mouse, nonché di un idoneo supporto che consenta il corretto posizionamento dello schermo. È inoltre previsto, a carico del datore di lavoro, l’obbligo di formazione dei propri dipendenti, di fornitura di eventuali dispositivi di correzione della vista, nonché il dovere di concedere pause di quindici minuti ogni centoventi di applicazione continua al videoterminale.

Tali prescrizioni di legge rispecchiano l’attenzione crescente ai problemi legati a un uso scorretto del notebook. Da una ricerca condotta da un gruppo di chiropratici inglesi, e pubblicata dal DailyMail, emerge che l’uso prolungato di questi dispositivi potrebbe causare seri problemi alla salute. Gli specialisti britannici hanno infatti riscontrato un legame diretto tra la diffusione dei pc portatili e l’incremento di problemi muscolo-scheletrici, dovuti innanzitutto al contravvenire dei canoni ergonomici nell’uso dei laptop, nonché al fatto che queste tecnologie, ideate secondo criteri di portabilità, non sono assolutamente adatte a farne un uso intensivo, come invece, purtroppo, avviene spesso.

Usati in treno, in macchina, sul letto o sul divano, con una tastiera ridotta e un display poco luminoso e di piccole dimensioni, i computer portatili costringono ad assumere posizioni di lavoro davvero disagevoli, che sono alla base di numerosi disturbi a schiena, spalle, collo e braccia. Per evitare questi problemi, è importante osservare alcune semplici indicazioni. Innanzitutto, il notebook va usato saltuariamente, in situazioni particolari e non dovrebbe in alcun modo sostituire il computer da scrivania. Soltanto una postazione fissa e ben organizzata può infatti diminuire il rischio di disturbi muscolari. Ma se proprio si è costretti a utilizzare il portatile, sarebbe decisamente meglio procurarsi una tastiera e un mouse separati, fare pause frequenti e cambiare spesso posizione; inoltre è di fondamentale importanza non poggiare mai il computer sulle gambe: in questa posizione infatti, la schiena e il collo sono costretti ad assumere una postura scorretta, che, con un uso prolungato, potrebbe causare una cifosi, ossia una curvatura in avanti della colonna vertebrale.

Ma i danni che possono scaturire dall’appoggiare il pc portatile sulle cosce non finiscono qui: sulla rinomata rivista americana Pediatrics sono stati riportati i casi di un dodicenne svizzero e di una giovane statunitense affetti dal cosiddetto eritema ab igne, o secondo un gergo più moderno, dalla “Toasted skin syndrome” (o sindrome della pelle tostata). Si tratta di una leggera ustione dell’epidermide, provocata dal surriscaldamento della base del computer (oltre i 50°), che, a lungo andare, può causare conseguenze di varia natura e dimensioni. Gli effetti spaziano da un arrossamento della cute, simile a quello da scottatura al sole, a un’alterazione della pigmentazione permanente; dall’invecchiamento precoce della pelle fino a casi (per fortuna molto rari) di carcinomi dell’epidermide. Quelli descritti non sono gli unici casi di problemi di salute attribuiti ai pc portatili; l’uso protratto per lunghi periodi del laptop sulle gambe, e quindi vicino ai testicoli, potrebbe infatti provocare un’importante riduzione della fertilità maschile. Secondo uno studio del professor Yefim Sheynkin e pubblicato sulla rivista medica Human Reproduction, il calore generato dall’apparecchiatura sarebbe capace di compromettere la motilità e la qualità degli spermatozoi. Quelli che rischiano di più sono i giovanissimi, grandi utilizzatori di notebook, che potrebbero scoprire il danno solo tra dieci-quindici anni, quando proveranno ad avere dei figli.

Per scongiurare tali complicanze basta interporre dei tessuti termoisolanti tra il computer e le cosce, anche se la miglior prevenzione resta quella di utilizzare il portatile solo per brevi periodi di tempo.

Insomma, se qualche decennio fa ci si bruciava le cosce stando troppo vicini alla stufetta, oggi l’eritema ce lo fa il computer… l’ennesima prova dei tempi che cambiano!

Giulia Sonnino

PICCOLE DONNE CRESCONO… TROPPO IN FRETTA!

12 Mar

Cento anni fa si diventava “signorine”

intorno ai quindici anni,

oggi l’adolescenza comincia già alle elementari

Dovrebbero giocare con le bambole e invece tra le mani hanno già rossetti e mascara; dovrebbero portare gonne a pieghe e camicette,  ma indossano corpetti attillati e jeans a vita bassa; dovrebbero sognare il principe azzurro, ma spesso hanno già conosciuto il sesso (e non sempre quello romantico)… Sono le adolescenti di oggi, “Lolite” troppo in erba, che invece di sospirare il lieto fine di Cenerentola, inseguono modelli reclamizzati dai media, aspirando a diventare veline, modelle o fidanzate di personaggi famosi.

È uno spaccato triste, che diventa ancora più amaro se si considera che nel corso degli anni il periodo dell’adolescenza si è di molto allungato, ma purtroppo non in avanti, bensì a discapito dell’infanzia: oggi la pubertà femminile inizia infatti cinque anni prima rispetto a quanto accadeva cento anni fa; il che equivale a dire che in media una bambina entra in questa delicata fase intorno ai nove-dieci anni. Secondo gli esperti dell’ambulatorio di Endocrinologia dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, capita sempre più spesso di osservare, già in bambine di sei-sette anni, la comparsa del bottone mammario, che indica l’esordio dello sviluppo sessuale, il quale in genere, nell’arco di un paio d’anni, porta alla comparsa del primo flusso mestruale.

La tendenza è confermata da uno studio del Copenhagen Univerity Hospital, condotto dal dottor Anders Juul, secondo il quale lo sviluppo anticipato dai quindici anni del XIX secolo ai circa dieci dei nostri giorni sarebbe dovuto all’interazione di diversi fattori. Sul banco degli imputati figura in primis l’aumento, rispetto al passato, di grasso corporeo; o meglio il maggior numero di cellule adipose, responsabili dell’aumento di estrogeni (i principali ormoni sessuali femminili). Colpevoli anche i cambiamenti avvenuti nel corso del XX secolo nella dieta e l’uso abituale di alcune sostanze chimiche, come il bisfenolo A, utilizzato per la produzione di molti contenitori di plastica in commercio.

Un’altra ricerca, effettuata dalla Mount Sinai School di New York,  precisa come anche in molti articoli di uso comune siano presenti agenti chimici (come ftalati, fenoli e fitoestrogeni) in grado di interferire con gli ormoni femminili, che, tra l’altro, nella fase premestruale sono ancora in formazione. A quanto pare, bisognerebbe stare attenti a shampoo, balsamo, creme, deodoranti, smalti e numerosi altri prodotti per la cura dell’estetica, con i quali le bambine spesso entrano in contatto già nell’infanzia. Anche l’inquinamento può essere co-responsabile, in quanto influisce sul ruolo esercitato dalla melatonina nel controllare l’apparato riproduttivo. Pare infine che, tra i fattori alla base di questo fenomeno (etichettato con il termine inglese di tweening), vada compreso l’eccesso di stimoli psicologici a cui le ragazzine di oggi vengono esposte, inducendole a una prematura maturazione del sistema nervoso che, in pratica, le fa crescere più in fretta rispetto alle loro nonne… anche fisicamente.

Va detto anche che una pubertà precoce, portando con sé un notevole e repentino aumento degli estrogeni (possibili responsabili dell’incremento delle patologie cardiache e tumorali), significa una maggiore esposizione al rischio di contrarre determinate malattie in età adulta.

Ma più che ai disturbi fisici, occorre prestare molta attenzione ai risvolti psicologici della questione. Oltre alle difficoltà che normalmente caratterizzano questo periodo di transizione, le bambine che soffrono di pubertà anticipata potrebbero infatti, più di altre, soffrire il disagio, sentirsi turbate e imbarazzate di fronte ai repentini cambiamenti del proprio corpo e alle nuove pulsioni che ne derivano. Imbattersi prematuramente nei problemi legati all’adolescenza significa infatti fare i conti con interrogativi e preoccupazioni che non appartengono alla propria età e che portano a sentirsi diverserispetto alle coetanee, inadeguate e in conflitto con se stesse.

Insomma, anche se fisicamente sembrano già donne, interiormente sono ancora delle ragazzine, che ancora non hanno la maturità adeguata per fare il loro ingresso nell’età adulta. Ai genitori spetta il delicato compito di accompagnarle in questo percorso. Come? Cercando di stare loro vicini, comprendendo la complessità del momento che stanno vivendo, trovando il tempo per il dialogo e quello per l’autorevolezza, il momento del rigore e quello della complicità.

D’altronde si sa: fare i genitori è il mestiere più difficile…

Giulia Sonnino Mimun

“LATO B” MOZZAFIATO… ECCO COME OTTENERLO

12 Feb

Troppo cadente, troppo piatto o troppo grasso.

Se il fondoschiena perfetto è un pallino fisso,

la chirurgia estetica può aiutare

 

 

Fa diventare matti uomini e donne, è più apprezzato se scolpito e a mandolino, è omaggiato da rassegne fotografiche e da cartelloni pubblicitari, è al centro dello show business, ma anche di infuocate polemiche sul senso del pudore: stiamo parlando del lato più nascosto  e al tempo stesso più in mostra, il lato B.

            Nell’epoca dei calendari e delle veline, in cui i canoni estetici sono quelli dettati dalla televisione e incarnati da showgirl dal fisico incendiario del calibro di Belen Rodriguez, Nina Senicar e Aida Yespica, è facilmente coprensibile che il desiderio di un fondoschiena da urlo sia in testa ai pensieri di molte donne, comuni mortali, che vorrebbero accostarsi alle statuarie bellezze dello star system.

In realtà il “trend del posteriore” era stato sdoganato dai media italiani già negli anni ’90, quando una giovanissima Michelle Hunziker si prestava (o meglio, prestava il suo fondoschiena) come testimonial per una nota azienda produttrice di biancheria intima. Da allora il lato sexy si è imposto come vero e proprio ogetto di venerazione, divenendo il chiodo fisso di molte donne, desiderose di sperimentare l’effetto “calamita” che questa parte del corpo possiede sugli sguardi maschili. A chi non lo ha avuto in dotazione da Madre Natura, corre dunque in soccorso la chirurgia estetica, proponendo diverse tecniche di intervento, a seconda degli inestetismi da correggere.

Se il problema riguarda il grasso di troppo, l’operazione più adatta è senz’altro la la liposcultura. Si tratta di un intervento chirurgico di rimodellamento, che va ben oltre la classica liposuzione: contestualmente alla diminuzione del volume tramite la rimozione mirata dei depositi di grasso in eccesso, infatti, il chirurgo rimodella quello residuo, regalando al corpo, come un artista alla sua opera, l’armonia d’insieme di cui era privo. Attraverso questa tecnica è dunque possibile plasmare i fianchi, la regione sacrale e la zona esterna della coscia, “scolpendo” i glutei in modo da slanciare la figura e metterne in risalto i contorni.

Per chi invece si confronta con il problema del “sedere piatto” e sogna natiche tipo ballerina di samba al carnevale di Rio, il rimedio si chiama gluteoplastica additiva. Ne esistono tre versioni: la gluteoplastica con protesi, quella con microinnesti di grasso autologo, denominata lipofillig (o, più propriamente, lipostruttura) e quella, più recente, con acido ialuronico.

Il primo metodo è indicato per quei pazienti che desiderino ingrandire e arrotondare  i glutei, ma, a causa della loro magrezza, non dispongano di un sufficiente accumulo di tessuto adiposo necessario all’operazione mediante lipofilling. Attraverso un’incisione di circa 6-7 centimetri, generalmente nella parte alta della regione glutea*1, vengono inserite delle protesi in silicone di ultima generazione, specifiche per l’uso (e molto diverse dalle protesi mammarie utilizzate nel 1969 durante il primo intervento del genere, finalizzato a correggere un’asimmetria di volume tra i glutei di una giovane donna); gli innesti infatti devono essere piuttosto robusti, in modo da sopportare il peso del corpo quando si è seduti. A seconda della silhouette, della qualità dei tessuti e del risultato desiderato, il posizionamento delle protesi (ovali o rotonde in base ai gusti del paziente) può essere sottofasciale, di rado sottomuscolare o, più comunemente, intramuscolare (la protesi viene collocata tra le fibre del muscolo). L’intervento, che dura circa due-tre ore, viene eseguito in anestesia generale e richiede un decorso post-operatorio di circa una settimana, al termine della quale vengono rimossi i drenaggi e la medicazione compressiva. Per ulteriori tre settimane è inoltre necessario indossare una guaina elastica ed evitare di dormire in posizione supina.

Sebbene dia risultati spettacolari, questo tipo di operazione porta con sé un rischio di complicanze sensibilmente più elevato rispetto agli atri interventi di chirurgia estetica e pari al dieci per cento. Tra gli effetti indesiderati più frequenti, compaiono seroma, asimmetria, contrattura o rottura della protesi e, più raramente, infezioni e spostamenti dell’impianto. Inoltre bisogna dire addio alle iniezioni intramuscolari sulle natiche: si corre il rischio che l’ago possa rompere la protesi.

Meno invasivo e con meno rischi al seguito, è la tecnica del lipofillig. Tramite una liposuzione, dalla regione dei fianchi e delle cosce esterne del paziente stesso, viene aspirata una quantità di grasso compresa generalmente tra gli 800 e i 2400 cc. Dopo un trattamento di decantazione, il tessuto adiposo così prelevato viene impiantato nei glutei: attraverso piccole incisioni di circa 3mm, vengono realizzati centinaia di micro tunnel, mediante i quali il grasso viene trasferito sotto la cute  e nella massa muscolare delle zone da ingrandire. Anche dopo l’intervento di gluteoplastica con microinnesti adiposi (generalmente eseguito in anestesia locale con sedazione) è bene indossare una guaina compressiva, ma in questo caso si può tornare alle normali attività già dopo 3-5 giorni. Come accennato, questa tecnica, che si è notevolmente perfezionata negli ultimi cinque anni, si è dimostrata estremamente affidabile e sicura, garantendo una riuscita ottimale con rischi minimi e di modesta entità. Malgrado ciò, la sua diffusione soffre di un importante limite: la scarsità di pazienti idonei. Non essendo utilizzabile nei pazienti magri, infatti, nella maggior parte dei casi non è in grado di rimpiazzare il più complesso ingrandimento con protesi.

Tuttavia, per quei pazienti che non hanno a disposizione sufficienti quantità di grasso, ma che disdegnano gli innesti in silicone, esiste una valida alternativa: la gluteoplastica con acido ialuronico. Si tratta di un trattamento eseguibile in anestesia locale, grazie al quale è possibile apportare qualsiasi correzione al  gluteo, a condizione che vi sia una copertura cutanea di almeno 2cm. L’unica grande limitazione è rappresentata dal graduale riassorbimento dell’acido; per mantenere il risultato estetico, infatti, il paziente dovrà sottoporsi a successivi trattamenti ogni due anni.

Quando invece, a causa dell’età o della scarsa attività fisica, è la gravità ad avere il sopravvento, ci si trova di fronte a un vero e proprio “crollo” della natica. In questi casi le condizioni della pelle, ormai priva di elasticità e tono muscolare, non consentirebbero di avere buoni risultati con nessuna delle tecniche finora descritte. Unica panacea è il lifting dei glutei, ossia l’asportazione chirurgica della pelle in eccesso e il sollevamento di tutta la zona, attraverso le  recenti tecniche di “sospensione profonda” dei tessuti (che vengono saldamente ancorati agli strati più interni). La cicatrice sarà abbastanza estesa, ma si potrà sempre coprire sotto il costume da bagno e, comunque, ne sarà valsa la pena!

Per chi ama biancheria sgambata, pantaloni a vita bassa e abiti aderenti (impietosi nel mettere in risalto le rotondità), un ultimo consiglio: prima di correre dal chirurgo, non bisogna dimenticare che lo sport può fare molto per mantenere ben tornito il lato B. Step, aerobica, spinning, nuoto, ma anche equitazione, sci e persino il più fanciullesco salto della corda possono davvero ridisegnare curve impeccabili.

E se proprio il risultato finale non fosse come quelli sulle pagine delle riviste glamour, rincuoratevi, donne di tutto il mondo, perché la perfezione la può regalare solo Photoshop!

Giulia Sonnino

 *1 Incisioni meno utilizzate sono poste nei solchi alla base dei glutei oppure al limite superiore degli stessi

UNO SGUARDO SOTTO LE LENZUOLA DEI CREDENTI

18 Gen

Le religioni generatrici di etica… sessuale

Amore e Psiche (Canova)

Da sempre le morali sessuali rispecchiano la cultura dell’ambiente nel quale si sono diffuse e, di conseguenza, non sono immuni dall’influenza che le fedi religiose esercitano sulle tradizioni delle diverse collettività. Per molti popoli del passato il rapporto sessuale era ritenuto un atto sacro e ricopriva dunque una posizione fondamentale all’interno delle pratiche religiose. Si riteneva infatti che, attraverso l’atto della procreazione, all’uomo venisse dato il potere di accomunarsi alle divinità, che si erano accoppiate, popolando la terra. Il godimento inoltre portava all’estasi, elevando così la mente umana a livelli eccelsi. Per questi motivi le pratiche sessuali (anche omo) rientravano a pieno titolo in molte cerimonie. Non vi era nulla di vergognoso nel sesso e nella nudità, tanto che gli antichi greci,in occasione delle celebrazioni liturgiche dedicate a Dioniso, partecipavano a riti orgiastici; e non erano da meno i romani che, durante i Baccanali, praticavano la violenza sessuale reciproca (sodomia compresa), specialmente sui nuovi adepti.

Le remote tradizioni pagane non sono le sole ad affrontare il tema del legame tra sesso e religione. Anche nell’Antico Testamento infatti non mancano riferimenti a incesti, stupri, prostituzione e trasgressioni sessuali. Si pensi all’episodio delle figlie di Lot: quando, dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, credettero che il resto dell’umanità fosse stato sterminato, cospirarono tra loro per far ubriacare il padre e “coricarsi” con lui, con l’intento di preservare la stirpe paterna. La vedova Tamar, pur di assicurare la discendenza di suo marito, arrivò a travestirsi da prostituta e sedurre con l’inganno il suocero Giuda, il quale dopo la morte del primogenito, non aveva rispettato la legge del levirato, negandole il matrimonio con suo figlio minore. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma ciò che emerge in tutti gli episodi biblici è che l’esuberanza sessuale di queste donne era sempre e comunque legata fermamente al fine della procreazione, per raggiungere il quale, tutto era considerato lecito. Il “principio procreativo”, che trova le sue radici nel passo biblico “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi»…” (Genesi 1, 28), è dunque alla base dell’etica sessuale ebraica, nonché di quelle islamica e cristiana. Nonostante siano passati quasi seimila anni da quando il Signore impartì ad Adamo ed Eva di riprodursi, questa prescrizione resta tuttora valida: tanto l’ebraismo quanto l’islam ritengono, infatti, che nessun uomo debba astenersi dal mettere al mondo dei figli e che colui che resta celibe non si possa considerare pienamente “uomo”: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli farò un aiuto che gli sia simile”, è scritto nella Bibbia, che prosegue: “Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie  e (nei figli) diverranno una sola carne” (Genesi, 2, vv.18 e 24). È questo il “principio dell’unione”, per cui la sessualità  va dunque considerata sacra. Affinché ciò avvenga, però, il sesso deve essere kosher, attenersi cioè ai codici comportamentali e alle regole della legge ebraica, molte delle quali contenute nei capitoli 18 e 20 del terzo libro del Pentateuco, il Levitico. In queste pagine vengono fermamente condannate tutte quelle forme sessuali considerate perverse: la bestialità, la prostituzione, l’adulterio e la sodomia. In quest’ultima, oltre ai rapporti omosessuali, si fanno rientrare anche tutti quegli atti non finalizzati alla procreazione, come il sesso anale, quello orale, e, non meno gravi, la masturbazione e la pratica anticoncezionale del coito interrotto, che configurano il cosiddetto “peccato di Onan”*1. Il Pentateuco fornisce inoltre regole dettagliatissime sui tempi in cui è lecito accoppiarsi e quelli in cui è bene astenersi (ad esempio è severamente vietato avere rapporti durante il ciclo mestruale della donna e nei sette giorni a esso successivi). Infine, non va dimenticata una prescrizione quasi ovvia: niente sesso fuori dal matrimonio!

Come detto, le regole sono sostanzialmente le stesse anche per i musulmani, per i quali la castità prematrimoniale è un precetto esplicitamente comandato dal Corano: “E quelli che non trovano moglie si mantengano casti finché Dio li arricchisca della sua grazia” (Sura 24,33). I fedeli di Maometto sono inoltre tenuti a osservare la castità assoluta durante il periodo del digiuno nel mese di ramadan. Al contrario di quanto si potrebbe pensare però, nel mondo musulmano il sesso non è affatto un tabù; l’Islam nutre infatti un vero e proprio culto verso l’”arte del piacere”, considerata uno degli elementi base su cui si poggia il matrimonio. Sposandosi, entrambe le parti garantiscono l’imta, l’appagamento sessuale dell’altro; il sesso fra coniugi diviene così un vero e proprio dovere coniugale, basato sempre sul principio di reciprocità nel soddisfcimento dei desideri del partner: “Coltivate l’amore per le vostre donne come un giardino…e date loro piacere e loro lo diano a voi” (Corano). Si pensi infine che, proprio in virtù del rispetto reciproco, prima dell’atto i coniugi si sottopongono a un rito preparatorio, che prevede per entrambi la depilazione e altre pratiche igieniche. L’Imam ‘Ali afferma in proposito: «Ogni volta che i peli di una persona aumentano, il suo desiderio sessuale diminuisce».

Per quanto riguarda la visione cristiana, come accennato, essa si basa sugli stessi principi delle altre fedi monoteiste. Tuttavia, sebbene i primi cristiani non avessero una visione negativa della dimensione fisica dell’uomo né della sessualità, a partire dal Cinquecentio la dottrinna accentuò la contrapposizione tra sfera corporale e spirituale, svalutando seccamente il valore della prima e arrivando, col tempo, a sostenere che i rapporti carnali distogliessero l’attenzione dalla dedizione al Creatore. Ebbe così inizio una vera e propria crociata contro la libidine e l’atto sessuale in sé, che implicò un crescendo di divieti e condanne da parte di numerosi religiosi, come San Gerolamo, San Paolo, e il più accanito Sant’Agostino*2, il quale inasprì ulteriormente le critiche, introducendo nella cultura europea l’idea del sesso come peccato. “Ritengo che le relazioni sessuali vadano radicalmente evitate –asseriva il teologo latino – Penso che nulla avvilisca l’uomo quanto le carezze di una donna e i rapporti corporali che fanno parte del matrimonio”. Egli infatti imputava alla carnalità di essere il mezzo di trasmissione del peccato originale, ossia dell’ingresso del Male nel mondo; e ciò accadeva quasi in concomitanza con l’instaurazione della castità obbligatoria per il clero latino sposato. L’inconciliabilità tra erotismo e spiritualità fu alla base del pensiero cristiano per molti secoli, durante i quali il matrimonio venne considerato soltanto come “rimedio” alla lussuria ed effetto collaterale della necessità di garantire la procreazione. Tale visione rimase inalterata fino al XX secolo, quando, è proprio il caso di dirlo, grazie a Dio, la Chiesa iniziò ad aprirsi nei confronti della sessualità: nel 1930, in un passo dell’enciclica Casti Connubii, Papa Pio XI attribuì per la prima volta al sesso, oltre all’immutato obiettivo principale della procreazione, anche il fine secondario di “rafforzamento del reciproco amore”, riallacciandosi al principio dell’unione, già riconoscito da musulmani ed ebrei. Oggi il cristianesimo promuove il matrimonio come segno visibile dell’amore di Cristo per la sua Chiesa e le due strade del celibato e del matrimonio hanno pari dignità e valore.

Anche il Buddhismo critica l’attaccamento al sesso, quando sia fine a se stesso, generato da un desiderio morboso e incontrollabile. In questi casi viene infatti considerato una fonte di infelicità, in quanto, eludendo il precetto di non abusare dei sensi, è capace di travolgere una persona fino a destabilizzarla. Qualora la carnalità fosse invece vissuta come unione mistica e profonda tra due individui, essa avrebbe la forza di liberarsi dal vortice della sola lussuria e divenire un mezzo per raggiungere il senso della totalità dell’essere umano. Quando ciò avviene, non vi è più alcun taboo per i buddhisti, che, addirittura nelle pitture sacre, ritraggono le divinità durante l’amplesso.

Al contrario delle filososfie occidentali, il piacere diventa per molti culti esotici uno strumento sacro. È questo, ad esempio, il caso del tantrismo indiano, per cui l’atto sessuale si traduce in esperienza mistica, in cui, attraverso la carnalità e la libidine, si raggiungono l’estasi e la perfezione spirituale.

Gli Indù fanno addirittura del sesso un simbolo sacrale, arrivando, in alcuni rituali, a onorare gli organi sessuali maschile e femminile (linga e yoni).

La visione confuciana, infine, non pone limiti alla sessualità maschile, riservando all’uomo un’accezione quanto mai estesa di etica sessuale. Diversa la posizione nei confronti del gentil sesso, considerato inferiore e privo di diritti anche in questo ambito.

Insomma, chi pensava che almeno sotto le lenzuola ci fosse un po’ di privacy dovrà ricredersi: da lassù non sfugge nulla!

Giulia Sonnino Mimun

*1 Secondogenito di Giuda. Nel libro della Genesi si racconta di come, secondo la legge del levirato, egli sposò Tamar, vedova di suo fratello; ma poiché il figlio primogenito che ne avrebbe avuto non sarebbe stato considerato suo, ma del fratello defunto, egli decise di non averne e ricorse al metodo anticoncezionale del coitus interruptus, disperdendo per terra il suo seme. Dio lo punì con la morte per la sua disobbedienza alla legge (Genesi 38,6-10)

*2  Maggior teologo dell’antica Chiesa latina, vissuto tra il IV e il V secolo

IN VACANZA COL PANCIONE? SÍ, MA CON BUONSENSO

2 Gen

Come godersi in tutta sicurezza l’ultima fuga romantica prima dell’arrivo del bebè

 

            Il lieto evento arriverà presto a scuotere la vostra vita. Una piccola creatura sta per entrare nella vostra quotidianità e presto vi accorgerete che i momenti di intimità con il vostro compagno si faranno sempre più rari: finiti i tempi delle scappatelle improvvise, abolito l’aperitivo del sabato sera e le cenette a lume di candela…presto, infatti, queste abitudini romantiche dovranno lasciare il posto a pappe e pannolini. Ma prima che arrivi il bebè a concentrare su di sé tutte le vostre attenzioni, perché non approfittare di questo momento prenatale per fuggire in vacanza e regalarvi un ultimo momento di tranquillità?

La gravidanza infatti non è una patologia e, a meno di particolari condizioni di rischio per la salute della donna e del feto, non vi è alcuna controindicazione a viaggiare, naturalmente con qualche accortezza in più del solito, ma soprattutto col buonsenso, a cominciare dalla scelta della destinazione.

Il mare, ad esempio, con l’aria ricca di iodio, con il suo clima mite e con la possibilità di fare lunghe nuotate, apporta innumerevoli benefici alla salute sia fisica che mentale di una dona incinta; tuttavia bisogna prestare molta attenzione al sole: una scorretta esposizione alla luce potrebbe infatti accentuare la comparsa dl cosiddetto cloasma gravidico (fenomeno cutaneo che consiste nella comparsa di macchie brune localizzate sul volto).

Anche la montagna (purché non si superino i 2.500 metri di altitudine) può essere una meta indicata, così come le città d’arte, dove è però opportuno organizzare le giornate in modo tale da poter effettuare delle soste, evitando di camminare senza riposo o di restare troppe ore in piedi in un museo.

Meno appropriate, invece, le mete esotiche, che andrebbero scartate, a meno che non si decida di partire con un tour operator in grado di garantire sulla salubrità dei luoghi e sulla presenza di strutture ospedaliere adeguatamente attrezzate in caso di emergenza. Per questo tipo di viaggi, sono tra l’altro richieste vaccinazioni assolutamente controindicate in gravidanza, che potrebbero mettere a rischio la salute della mamma e del bambino. Ma se proprio non volete rinunciare alle bellezze dei Paesi lontani, prendete qualche cautela in più: niente cibo crudo né ghiaccio, acqua solo in bottiglia, e mangiate esclusivamente cibo della cui  provenienza siete certi.

Sarebbe inoltre opportuno scegliere una meta di cui conosciate perfettamente la lingua: in caso abbiate bisogno di un medico, infatti, è importante che sappiate spiegare chiaramente i vostri sintomi e dare ogni indicazione necessaria per intervenire con efficacia e tempestività.

Per quanto riguarda il periodo, sarebbero da preferire le stagioni intermedie: nei mesi più caldi dell’anno o nelle destinazione con clima torrido, gli abbassamenti di pressione e il gonfiore alle gambe tipici della gravidanza  tendono infatti a peggiorare e ci si stanca con più facilità.

Relativamente ai tempi della gestazione, invece, il momento più indicato per programmare un viaggio coincide con il secondo trimestre:  dal quarto al sesto mese infatti il rischio d’aborto e i fastidi come nausea e vomito, tipici del primo periodo, in genere diminuiscono e la pancia non è ancora tanto grande da impedire di muoversi agevolmente. Inoltre, dopo il settimo mese non è possibile escludere la possibilità di un parto prematuro ed è dunque bene evitare mete eccessivamente lontane o non coperte da un efficiente servizio sanitario.

Ovunque decidiate di andare, è indispensabile portare sempre con sé tutti i documenti relativi alla gravidanza (analisi, ecografie, etc), nonché la tessera sanitaria. Inoltre, prima di partire, è comunque opportuno sottoporsi a una visita medica dal proprio ginecologo, il quale valuterà le vostre condizioni fisiche e sarà in grado di darvi il suo benestare sull’opportunità di affrontare un viaggio, nonché tutte le opportune indicazioni al riguardo.

Fondamentale è poi la scelta dei mezzi di trasporto, anche se per tutti vale una regola unica: non trascorrere troppo tempo sedute e immobili.

L’aereo è senza dubbio il  mezzo migliore per lunghi spostamenti, ma è comunque preferibile evitare i voli intercontinentali, proprio per non essere costrette a restare a lungo costipate tra i sedili. In previsione di ciò, al momento della prenotazione, richiedete un posto accanto al corridoio, in modo da potervi alzare agevolmente ogni qualvolta lo desideriate: muoversi spesso infatti è fondamentale per evitare crampi e gonfiori alle gambe, ma anche per scongiurare il rischio di tromboembolia.

Se scegliete di spostarvi in l’aereo, informatevi in anticipo sul regolamento della compagnia: anche se generalmente è consentito viaggiare in aereo fino alla 36esima settimana, alcune linee non accettano donne incinte dopo il settimo mese, per non rischiare un parto in quota!

Il caro vecchio treno è invece indicato per gli spostamenti di media durata, in quanto permette alla futura mamma di muoversi liberamente durante il viaggio o di prenotare un vagone letto dove poter riposare lungo il tragitto. Ma sui binari non tutto fila liscio, a cominciare dall’igiene: in gravidanza infatti è molto più probabile contrarre infezioni vaginali, come la candida o altri tipi di funghi; per questo è opportuno portare sempre con sé dei copriwater.

Nessun rischio particolare per chi sceglie di viaggiare in nave, anche se le normali oscillazioni dell’imbarcazione potrebbero accentuare il senso di nausea e vomito di cui spesso soffrono le donne nei primi mesi di gestazione. Per superare la chinetosi sono consigliati i braccialetti anti-nausea (solitamente prescritti per i bambini) che agiscono in modo non farmacologico. Se però decidete di partite per  una crociera, assicuratevi che a bordo vi sia un medico per tutta la durata del vostro soggiorno.

Sebbene in linea di massima anche una donna incinta possa guidare la macchina, è preferibile lasciare quest’incombenza a qualcun altro, per evitare inutili fonti di stress e di stanchezza.

Sconsigliati i viaggi superiori a due ore, specialmente d’estate, quando le temperature si alzano e il rischio di ritrovarsi imbottigliati in lunghe file autostradali cresce. In auto inoltre la posizione seduta e la scarsissima libertà di movimento tenderanno a far gonfiare le vostre gambe e le eccessive vibrazioni potrebbero sollecitare i crampi. Il consiglio è quello di fare spesso delle soste (ogni ora circa), in modo che la futura mamma possa sgranchirsi e riattivare la circolazione; cercate poi di bere molto e, per quanto possibile, di tenere sollevate le gambe. Al bando i viaggi-avventura in moto e fuoristrada!

Due ultime raccomandazioni: indossate capi e scarpe comode e non dimenticate di portare con voi i medicinali che assumete abitualmente: all’estero infatti potrebbe risultare difficile procurarsi la ricetta.

Se ne avete la possibilità e non ci sono controindicazioni mediche, non rinunciate, dunque, a una bella vacanza con il vostro compagno: potrebbe passare un bel po’ di tempo prima che possiate fare di nuovo un viaggio in due!

A prendere atto di questa esigenza è stato per primo il mercato del welness statunitense, che ha colto al volo l’occasione di soddisfare i futuri genitori desiderosi di regalarsi un po’ di distrazione e tranquillità. Negli Stati Uniti ne hanno fatto addirittura un nuovo trend: si chiama Babymoon, ed è una sorta di luna di miele prenatale completamente pensata per le donne in dolce attesa che, con l’imminente nascita del bambino, cominciano a veder sfumare le possibilità di riposarsi, rilassarsi e dedicare tempo e cure al proprio benessere. Protagonista della vacanza è proprio il relax, ottenuto attraverso pacchetti su misura, che prevedono soggiorni alle terme, sedute di rilassamento, servizi fotografici personalizzati, shopping e addirittura il servizio in camera ventiquattrore su ventiquattro, per soddisfare quella pazza “voglia” di fragole o dihamburger con patatine!

Oltreoceano il fenomeno è un vero e proprio successo, con circa 3 milioni di coppie all’anno! Da noi non è ancora molto diffuso,  ma sul web si possono già trovare numerose offerte speciali, con soggiorni dedicati proprio alle future mamme, con programmi anti-stress e trattamenti di bellezza.

Il viaggio diventerà così un indimenticabile momento di svago, utile per distrarsi dalle ansie legate alla gestazione, oltre che un’occasione per dedicarsi a se stessi e al partner prima dell’arrivo del piccolo di casa.

Giulia Sonnino Mimun