PREGHIERE COME ANTIBIOTICI

27 Nov

L’influenza della fede sui percorsi di guarigione

al centro della ricerca scientifica

 

Preghiere, invocazioni, rituali, danze e sacrifici. Erano questi, secondo le credenze più antiche, i mezzi per ottenere dalla divinità la guarigione dalle malattie. Le convinzioni riguardo l’influenza delle azioni divine sul benessere degli uomini si perdono infatti nella notte dei tempi, ma per la scienza la questione è nata ufficialmente soltanto nel 1872, quando il luminare inglese Francis Galton indagò per primo sul potere terapeutico della preghiera, concludendo che le personalità per le quali gli altri invocavano più spesso la protezione divina (come sovrani, capi di Stato, Papi, etc.) vivevano più a lungo e, in generale, godevano di un migliore stato di salute.

Prima di lui, la questione del nesso tra preghiera e guarigione era stata affrontata soltanto da un punto di vista puramente trascendente: secondo la Cabala, ad esempio, tutte le malattie trovano la loro origine in un problema di natura spirituale. Esse cioè, attraverso il corpo, rappresentano la manifestazione esteriore di un disordine dell’anima. Da qui il “ruolo educativo” del malessere, che ha lo scopo di eliminare quanto di corrotto vi sia nell’intimo. Se in un soggetto comune la malattia svolge quindi una funzione purificativa, al contrario quando questa colpisce un uomo “giusto”, acquisisce un significato diverso: quello di espiare le colpe della sua generazione.

Il Sefer Yetzirà (il più importante libro sull’esoterismo ebraico) spiega che a ogni organo del corpo umano corrisponde un livello spirituale dell’anima. Risanando la radice interiore, si otterrà di conseguenza la guarigione dell’organo corrispondente. A tal proposito, non stupisce dunque che ebrei e cristiani considerino quello di recitare i Salmi (in ebraico Tehillim) un ottimo rimedio per invocare i poteri di guarigione della dimensione spirituale. Tra i centocinquanta inni composti da re David, quelli che si interessano di salute fisica sono tra i più numerosi e se ne trovano per ogni circostanza: vi sono canti per superare la debolezza, il dolore, la febbre, per prevenire un aborto, altri contro una malattia persistente, i disturbi al cuore, alla mano, alla gamba, all’orecchio, ai reni, altri ancora per sconfiggere la malaria, il male alla milza, il mal di pancia, il mal di mare ed esistono salmi da recitare persino per chi si è fratturato una mano, per non perdere la memoria  o per liberare le narici!

Insomma, come se si trovasse di fronte agli scaffali di una famacia, il credente può trovare la sua cura tra le pagine dei Libri Sacri. Ciò può sembrare paradossalmente “sacrilego” per i profani, eppure con il passare del tempo, travolti dall’ondata spiritualista degli anni ’70 e della New Age e grazie all’affermarsi di nuove discipline attente al rapporto mente-corpo, anche i luminari della scienza sono stati colti dall’interesse via via maggiore per gli effetti di un approccio spirituale alle malattie.

Il vero e proprio momento di svolta in tal senso arrivò nel 1991, anno in cui l’Office of Alternative Medicine (una commissione di medici incaricata dal Congresso degli Stati Uniti di indagare sulla validità delle terapie alternative) inserì alcune pratiche religiose e la meditazione tra i rimedi più efficaci per ottenere la guarigione. Ne seguirono decine e decine di studi sulle connessioni tra salute e preghiera, alcuni dei quali meritano senz’altro particolare attenzione.

In reatà già nel 1970 una rivista medica pubblicò un articolo intitolato “Church attendance and health” (Presenza in chiesa e salute), nel quale si sosteneva vi fosse un’importante relazione tra l’abitudine a frequentare luoghi di culto e lo stato di salute, precisando addirittura che chi si recava a messa ogni settimana rischiava di morire di una malattia coronarica il 50% in meno rispetto a chi non prendeva parte alla messa.

In seguito il National Institute of Health, il più importante centro di ricerca al mondo, gestito dal governo americano, ha finanziato la creazione di una struttura interamente dedicata agli studi sulle relazione tra medicina e spiritualità, il Nccam. Fu proprio questo istituto che, nel 1998, effettuò una ricerca dalla quale emerse che i soggetti che pregavanono abitualmente, frequentavano luoghi di culto e leggevano testi sacri con regolarità presentavano livelli di pressione sanguigna notevolmente più bassi di chi, al contrario, non era praticante.

Un altro recente studio, condotto al General Hospital di San Francisco dal cardiologo Randolph Byrd e pubblicato nel 2006 dalla rivista The Lancet, si è occupato dell’impatto della preghiera sul percorso di guarigione di pazienti con gravi problemi cardiaci, per alcuni dei quali era stato chiesto ad alcuni gruppi di preghiera di invocare l’intercessione divina.  Nell’ambito dell’analisi è emerso che i malati per i quali si era chiesta la benedizione celeste mostravano condizioni di salute nettamente migliori rispetto al resto dei pazienti.

Infine una ricerca condotta dall’American Academy of Family Physicians ha fatto emergere un dato sconcertante: il 99% dei medici di famiglia americani pensa che avere fede possa comportare effetti benefici sul percorso di guarigione. Il sondaggio, ancor più stupefacente se si pensa che a esprimere il loro parere siano stati dei camici bianchi, testimonia ancora una volta l’interesse crescente intorno all’argomento, divenuto talmente stimolante che sono ormai sempre più numerose le facoltà di medicina americane che inseriscono nel loro programma di studi corsi sui temi della connessione tra spiritualità e salute*1

Secondo Herbert Benson, cardiologo e docente di medicina ad Harvard, nonché padre della Prayer therapy, tutta la faccenda sarebbe soltanto questione di relax. Come per la meditazione infatti, la preghiera interverrebbe sugli stessi meccanismi biochimici del rilasssamneto, influenzando i cosiddetti “ormoni dello stress” e, di conseguenza, provocando l’abbassamento della pressione sanguigna nonché il rallentamento del ritmo cardiaco (con i benefici che ne derivano). Emblematiche le parole di Benson: “La preghiera è come la penicellina: seguite la cura e funzionerà”. Resta comunque fondamentale precisare che non si tratta di sostituire gli antibiotici con un brano estratto dai Testi Sacri; la preghiera dovrebbe piuttosto affiancare la medicina tradizionale, che purtroppo ancora troppo spesso tende a rifiutarne gli evidenti benefici… “Nella nostra epoca l’uomo ha perso ideologicamente la strada – sosteneva Sir John Eccles (Nobel per la neurofisiologia nel 1963) – La scienza si è spinta troppo oltre nel distruggere la fiducia dell’uomo nella sua grandezza spirituale”.

 

Proseguendo con le citazioni, Giovenale asseriva “Mens sana in corpore sano”. Forse oggi, alla luce dei risultati ottenuti, potremmo ribaltare la massima del retore romano e affermare che, per aver sane le facoltà del corpo, bisogna prima di tutto aver sane quelle dell’anima. E per farlo poco importa che si leggano i passi della Bibbia, del Corano, si reciti un rosario o un mantra tibetano…

Giulia Sonnino Mimun

*1In Italia un esperimento in tal senso è stato fatto durante lo scorso anno accademico dall’Università degli Studi di Siena, che aveva inserito nella sua proposta didattica un master di I livello in “Medicine dell’anima”.

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