STRESS DA LAVORO: LA MALATTIA DEI COLLETTI BIANCHI

27 Nov

Tra ritmi incalzanti, mobbing e crisi economica,

la vita in ufficio si fa pericolosa

Lo stress non è una malattia, ma un’esposizione prolungata a esso può ridurre l’efficienza sul lavoro e causare malattie” (Inail, 2005).

Se fino a pochi anni fa termini come “stress da lavoro” erano del tutto sconosciuti; oggi purtroppo il fenomeno è divenuto talmente vasto da poter parlare di un vero e proprio “problema sociale”, di importanza tale da occupare le pagine delle più grandi riviste mediche, nonché essere oggetto di discussione all’interno di rubriche di costume, dei tg e persino delle aule parlamentari.

In Europa questo disturbo colpisce oltre quaranta milioni di persone (pari a circa il 22% dei lavoratori) e, dagli studi condotti dall’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro (Ispesl), emerge che più della metà delle assenze per malattia sarebbe imputabile proprio allo stress. Dati sconcertanti, che nel nostro Paese assumono dimensioni nettamente maggiori; i colletti bianchi italiani, infatti, sono in testa alla classifica europea: la percentuale di quanti puntano il dito sullo stress come malessere principale, vissuto in conseguenza del proprio lavoro, è pari a circa quattro milioni di persone, vale a dire il 27% degli occupati.

Il “Mal d’ufficio” colpisce principalmente il fisico di quegli impiegati non appagati dal proprio lavoro, aumentando notevolvente i sintomi dello stress e la percentuale di rischio infarto, nonché la frequenza di altri disturbi cardiovascolari, alla base dei quali ci sarebbe l’innalzamneto della pressione sanguigna riscontrato nei dipendenti continuamente esposti a tensione e stanchezza.

Un’altra minaccia, oltre che da una serie di disturbi di carattere psicosociale (che spesso portano all’utilizzo di psicofarmaci), è rappresentata da quelle malattie che poi passano a una fase di somatizzazione, come i disturbi gastrointestinali. È molto frequente, infine, il manifestarsi della sindrome da burn-out (letteralmente “essere bruciati, esauriti, scoppiati”), che fa riferimento a una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento e improduttività lavorativa, registrati nei lavoratori inseriti in attività professionali a carattere sociale, le cosiddette “helping professions”. Ad esserne colpite, sono in particolare le categorie tradizionali, come Forze dell’Ordine, professioni sanitarie, educatori, psicologi, avvocati, assistenti sociali, etc. , ma anche molti lavoratori precari e gli over 45.

 

Le cause dello stress lavoro-correlato sono molteplici, ma riconducibili principalmente alla tipologia di professione, all’organizzazione del lavoro e alle modalità con le quali sono gestite le risorse umane nel contesto lavorativo.

Talvolta il malessere si presenta come il risultato di pericolose politiche manageriali, tendenti a pretendere l’impossibile dai dipendenti. Un esempio dei risultati disastrosi di queste linee di condotta è dato dalle tragiche vicende verificatesi tra i dipendenti di Renault e France Telecom (solo tra i lavoratori di quest’ultima dal 2008 a oggi si sono consumati quasi cinquanta suicidi). Richieste incalzanti e mai eludibili da parte di superiori e spesso anche colleghi poco cordiali, scadenze impellenti e ritmi troppo serrati caratterizzano la giornata lavorativa del 46% dei lavoratori europei, che si trovano così a dover svolgere le proprie funzioni a “marce forzate”. Ma, a incidere sul complesso equilibrio tra vita privata e lavoro, sono soprattutto i tempi: chi è impegnato in orari di lavoro troppo prolungati (oltre le 48 ore settimanali) è, infatti, spesso insoddisfatto, in quanto non ha tempo da dedicare alla famiglia, alle amicizie, allo svago personale. Per non parlare dell’occupazione femminile! In quell’ambito cercare di conciliare casa, ufficio e figli può portare molte donne sull’orlo di una vera e propria crisi di nervi.

Anche il sentirsi ingiustamente sottovalutati dal capo o dai colleghi può essere un’importante fonte di tensione. Ciò comporta e favorisce uno stato di depressione, che sfocia poi nella vita sedentaria e in comportamenti antigienici, che, non di rado, si accompagnano ad abuso di alcol e fumo, nonché eccessi alimentari.

E se da un lato, con il miglioramento delle tecnologie di condizionamento e la legge antifumo, si cerca di migliorare l’aria negli uffici, il clima che si respira tra colleghi resta spesso asfissiante. Cattive relazioni interpersonali possono evolvere in una sorta di guerra mentale, il cosiddetto “mobbing”, che, attraverso violenze e molestie di natura psicologica (come sfottò, discriminazioni, vessazioni, maldicenze, emarginazione, demansionamento o assegnazione di incarichi poco interessanti), si prefigge di indurre una persona ad abbandonare il proprio posto di lavoro.

Infine la Crisi economica che ci ha colpito in questi ultimi anni impone che vi sia un impegno ancora maggiore a presidiare la tematica dello stress da lavoro. La ricattabilità e la paura di perdere il posto portano infatti molti impiegati ad accettare sovraccarichi di impegno, turnazioni e orari insostenibili, rendendo ancora più pericoloso il rischio di stress, la cui percezione è, tra l’altro, accresciuta dalla natura contrattuale dei rapporti di lavoro, sempre più spesso basata sulla precarietà: solo un italiano su tre pensa di riuscire a mantenere il posto di lavoro nei prossimi due anni e l’ incertezza aumenta di fronte all’ipotesi di doverne trovare un altro in caso di licenziamento. La mancanza di supporto psicologico va ad aggiungersi a questo allarmante quadro, aggravandolo ancora una volta.

 

In un recente studio condotto da European Heart Journal è stato stimato che solo il trattamento sanitario del disturbo depressivo collegato allo stress incide direttamente sull’economia europea con un dispendio di 44miliardi di euro l’anno e, indirettamente , in termini di calo di produttività, con una perdita pari a 77 miliardi di euro.

Considerate quindi le dimensioni e i costi del problema, anche il legislatore se ne è preso carico: dal 31 dicembre 2010 decorre, per tutte le aziende, l’obbligo della valutazione dello stress lavoro-correlato. Ai sensi dell’art.28 del D.lgs.81/2008 la valutazione dei rischi dei luoghi di lavoro deve infatti riguardare tutti i possibili pericoli per la sicurezza e la salute dei dipendenti, ivi compresi quelli collegati appunto allo stress. Mediante la sorveglianza sanitaria del medico del lavoro e dello psicologo, datori e impiegati iniziano così un processo di consapevolezza e di analisi dei fattori di tensione e dell’insorgenza dei sintomi, mettendo in atto un’importante azione preventiva. Ma, al di là degli obblighi di legge, numerosi studi hanno dimostrato i vantaggi aziendali che questo tipo di controllo genera, in termini di riduzione dell’assenteismo, dei problemi disciplinari, dei contenziosi e delle tensioni interne, a tutto vantaggio del rendimento del lavoratore.

 

Per schivare il problema, negli Stati Uniti già da anni, molte aziende affiancano ai piani di business dei veri e propri piani di benessere aziendale, denominati “Welness Plan”. In Italia soltanto di recente le più grandi imprese cominciano a sperimentare la cura del dipendente, inserendo benefit collegati al benessere e allestendo zone in cui ci si può rilassare e ritrovare energie. Ci sono persino direttori che suggeriscono un bel pisolino a metà giornata o chi spinge per la pausa-palestra!

Anche se con qualche decennio di ritardo, comincia a essere chiaro per tutti che il dipendente più rilassato produce di più… e costa di meno!

Giulia Sonnino Mimun

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