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PICCOLE DONNE CRESCONO… TROPPO IN FRETTA!

12 Mar

Cento anni fa si diventava “signorine”

intorno ai quindici anni,

oggi l’adolescenza comincia già alle elementari

Dovrebbero giocare con le bambole e invece tra le mani hanno già rossetti e mascara; dovrebbero portare gonne a pieghe e camicette,  ma indossano corpetti attillati e jeans a vita bassa; dovrebbero sognare il principe azzurro, ma spesso hanno già conosciuto il sesso (e non sempre quello romantico)… Sono le adolescenti di oggi, “Lolite” troppo in erba, che invece di sospirare il lieto fine di Cenerentola, inseguono modelli reclamizzati dai media, aspirando a diventare veline, modelle o fidanzate di personaggi famosi.

È uno spaccato triste, che diventa ancora più amaro se si considera che nel corso degli anni il periodo dell’adolescenza si è di molto allungato, ma purtroppo non in avanti, bensì a discapito dell’infanzia: oggi la pubertà femminile inizia infatti cinque anni prima rispetto a quanto accadeva cento anni fa; il che equivale a dire che in media una bambina entra in questa delicata fase intorno ai nove-dieci anni. Secondo gli esperti dell’ambulatorio di Endocrinologia dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, capita sempre più spesso di osservare, già in bambine di sei-sette anni, la comparsa del bottone mammario, che indica l’esordio dello sviluppo sessuale, il quale in genere, nell’arco di un paio d’anni, porta alla comparsa del primo flusso mestruale.

La tendenza è confermata da uno studio del Copenhagen Univerity Hospital, condotto dal dottor Anders Juul, secondo il quale lo sviluppo anticipato dai quindici anni del XIX secolo ai circa dieci dei nostri giorni sarebbe dovuto all’interazione di diversi fattori. Sul banco degli imputati figura in primis l’aumento, rispetto al passato, di grasso corporeo; o meglio il maggior numero di cellule adipose, responsabili dell’aumento di estrogeni (i principali ormoni sessuali femminili). Colpevoli anche i cambiamenti avvenuti nel corso del XX secolo nella dieta e l’uso abituale di alcune sostanze chimiche, come il bisfenolo A, utilizzato per la produzione di molti contenitori di plastica in commercio.

Un’altra ricerca, effettuata dalla Mount Sinai School di New York,  precisa come anche in molti articoli di uso comune siano presenti agenti chimici (come ftalati, fenoli e fitoestrogeni) in grado di interferire con gli ormoni femminili, che, tra l’altro, nella fase premestruale sono ancora in formazione. A quanto pare, bisognerebbe stare attenti a shampoo, balsamo, creme, deodoranti, smalti e numerosi altri prodotti per la cura dell’estetica, con i quali le bambine spesso entrano in contatto già nell’infanzia. Anche l’inquinamento può essere co-responsabile, in quanto influisce sul ruolo esercitato dalla melatonina nel controllare l’apparato riproduttivo. Pare infine che, tra i fattori alla base di questo fenomeno (etichettato con il termine inglese di tweening), vada compreso l’eccesso di stimoli psicologici a cui le ragazzine di oggi vengono esposte, inducendole a una prematura maturazione del sistema nervoso che, in pratica, le fa crescere più in fretta rispetto alle loro nonne… anche fisicamente.

Va detto anche che una pubertà precoce, portando con sé un notevole e repentino aumento degli estrogeni (possibili responsabili dell’incremento delle patologie cardiache e tumorali), significa una maggiore esposizione al rischio di contrarre determinate malattie in età adulta.

Ma più che ai disturbi fisici, occorre prestare molta attenzione ai risvolti psicologici della questione. Oltre alle difficoltà che normalmente caratterizzano questo periodo di transizione, le bambine che soffrono di pubertà anticipata potrebbero infatti, più di altre, soffrire il disagio, sentirsi turbate e imbarazzate di fronte ai repentini cambiamenti del proprio corpo e alle nuove pulsioni che ne derivano. Imbattersi prematuramente nei problemi legati all’adolescenza significa infatti fare i conti con interrogativi e preoccupazioni che non appartengono alla propria età e che portano a sentirsi diverserispetto alle coetanee, inadeguate e in conflitto con se stesse.

Insomma, anche se fisicamente sembrano già donne, interiormente sono ancora delle ragazzine, che ancora non hanno la maturità adeguata per fare il loro ingresso nell’età adulta. Ai genitori spetta il delicato compito di accompagnarle in questo percorso. Come? Cercando di stare loro vicini, comprendendo la complessità del momento che stanno vivendo, trovando il tempo per il dialogo e quello per l’autorevolezza, il momento del rigore e quello della complicità.

D’altronde si sa: fare i genitori è il mestiere più difficile…

Giulia Sonnino Mimun

SCAGIONATE LE BUGIE DEI BAMBINI: SERVONO A SVILUPPARE L’INGEGNO

29 Nov

Da una ricerca canadese emerge che i piccoli raccontaballe siano in realtà piccoli geni

Una volta per insegnare ai bambini a essere sinceri, li si minacciava con questa vecchia storia: «Se racconti bugie ti si allungherà il naso come pinocchio e ti cresceranno le orecchie da asino!» …Roba da nonne! Oggi infatti il monito risulterebbe più o meno così: « Se racconti bugie… farai carriera! ».
Eh già, sembra proprio il mondo alla rovescia di una fiaba; eppure non si tratta affatto di fantasia, anzi, è il risultato emerso da un’accreditata ricerca canadese, condotta dalla Toronto University e pubblicata sul sito della BBC. L’indagine, diretta dal dottor Kang Lee, ha valutato il comportamento di 1200 bambini e adolescenti, di età compresa tra i due e i diciassette anni: alle spalle di ogni ragazzino, chiuso in una stanza e lasciato solo, è stato collocato un giocattolo, chiedendo al piccolo di non voltarsi a guardarlo. Spiato da una telecamera nascosta, ne è stato possibile osservare i movimenti e, quando in seguito, si è domandato a ciascuno di loro se si fosse voltato a guardare il gioco, si è potuta confrontare la veridicità delle risposte con le registrazioni effettuate dalla telecamera. Ne è emerso che già a due anni i più furbetti (pari al 20% del campione) iniziano a raccontare frottole, mentre a quattro ben il 90% ha preso questo vizietto. Ma il vero exploit si ha alle soglie dell’adolescenza: a dodici anni infatti si è dei veri imbroglioni!
I genitori però non devono allarmarsi se il loro figlio è un po’ Pinocchio. Sembra infatti che le bugie dei bambini siano del tutto normali e non vadano assolutamente paragonate a quelle (meno candide) degli adulti. “Nei ragazzini le bugie sono un modo per imparare a ragionare e argomentare – spiega lo stesso dottor Kang Lee – e hanno tutt’altra valenza rispetto alle bugie dei grandi. Imparare a bluffare corrisponde a un’evoluzione del pensiero e non ha alcuna correlazione con la propensione degli adulti a truffare, che – conclude – nasce dal mancato riconoscimento dell’onestà come valore morale”. Inoltre lo studio evidenzia che più il bimbo è piccolo quando inizia a dire le prime frottole e maggiori sono le probabilità che da grande diventi particolarmente brillante. Questa teoria si basa sul fatto che, iniziando a sviluppare il senso di inventare bugie fin dai periodi cognitivi neonatali, il bambino ha già messo in moto il suo “processo di elaborazione”, ossia l’insieme dei concetti fondamentali che, interagendo fra loro, rappresentano la prima bozza di quella che sarà la sua intelligenza futura una volta divenuto adulto. Per raccontare una menzogna e tenerla in piedi, infatti, c’è bisogno di uno sforzo intellettivo non indifferente: bisogna darle forma in modo che sia credibile, bisogna ricordare come e a chi la si è detta, in modo da non essere scoperti; insomma, mentire richiede una certa abilità, che può essere interpretata come il segnale di uno sviluppo cognitivo che sta andando a gonfie vele!
Secondo il responsabile della ricerca, queste piccole canaglie sarebbero in realtà “intelligentoni che crescono” e soprattutto destinati a far carriera velocemente e in maniera brillante.
Insomma, se dopo aver distrutto con il pallone il pregiatissimo vaso cinese appartenuto ai bisnonni, vostro figlio vi guarda beffardo esclamando “Non sono stato io!”, è sottinteso che non dobbiate rinunciare a rimproverarlo, spiegandogli che non è bene raccontare frottole, ma almeno dentro di voi, da oggi, avete un motivo per essere anche un po’ orgogliosi delle fandonie che vi racconta: più che far crescere il naso, ora lo sapete, le bugie fanno crescere il cervello e, a quanto pare, il vostro piccolo Pinocchio da grande indosserà i panni di un banchiere o di un politico di successo… alla faccia delle prediche del Grillo Parlante!

Giulia Sonnino Mimun

PER I BAMBINI ITALIANI L’INFANZIA È SEMPRE PIÚ “PESANTE”

28 Nov

Ai nostri figli un triste primato: sono i più grassi d’Europa

Nel nostrro Paese sono molti i bambini e gli adolescenti che lamentano un cattivo rapporto con la bilancia… La fascia più colpita dal problema è quella compresa tra i sei e i tredici anni e, da recenti studi, sembra che i maschietti siano maggiormente coinvolti rispetto alle ragazzine coetanee.

Un tempo i bimbi paffutelli incarnavano l’immagine stessa della salute e della simpatia. Ricordate quella schiera di nonne e zie che si affannavano a farci mangiare in continuazione, minacciandoci se non si finiva tutto quello che c’era nel piatto? E così non era raro vedere cuccioli d’uomo di cinque-sei anni ingurgitare a forza porzioni di lasagne che persino un adulto avrebbe faticato a mandar giù. Per fortuna, con il tempo e qualche competenza in più, si è acquisita la consapevolezza di quanto sbagliate fossero quelle abitudini, che comunque, colpevole la cultura del nostro Belpaese, restano tuttora dure a morire.

Secondo le ultime ricerche infatti, se negli altri stati europei la percentuale di bambini oversize ammonta a circa il 20%, da noi la situazione resta molto più grave: uno su tre ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere; il che equivale a dire che oltre un milione di bimbi risulta in sovrappeso o addirittura obeso e, nella maggior parte dei casi, i genitori neppure se ne rendono conto: quando si parla di figli, infatti, non c’è occhio di mamma che tenga… Purtroppo però qui non si tratta soltanto di una questione estetica, ma di un ben più serio problema di salute, sempre più diffuso, proprio perché nelle case manca la reale percezione delle insidie che porta con sé.

Il primi rischi li corre la colonna vertebrale del piccolo, che, a causa di un eccessivo sovrappeso, sarebbe la parte più esposta a subire gravi danni. I chili di troppo potrebbero poi cagionare disturbi alle ginocchia o, addirittura, il cedimento dell’arco plantare. Inoltre l’obesità infantile può associarsi a dermatiti a livello delle pieghe cutanee e, ben più grave, alla sindrome metabolica, ossia una situazione clinica ad alto rischio cardiovascolare, che solitamente tende a protrarsi in età adulta, predisponendo a eventi critici, come l’ictus e l’infarto. Neppure la salute del fegato è al riparo dalle insidie di un peso abnorme: quasi la metà dei bambini obesi infatti, deve fare i conti con la steatosi epatica. Con l’aumentare dei chili, infine, aumenta il rischio di diabete, ipertensione, malattie infettive delle vie respiratorie e disfunzioni dell’apparato digerente; nonché disturbi di carattere psicologico, come depressione e autoisolamento.

Alla luce di tutto ciò, è di fondamentale importanza non sottovalutare quella che si profila come una vera e propria malattia, e che, come tale, deve essere affrontata. Per farlo al meglio, è importante determinare le diverse cause che ne sono alla base. L’obesità infantile infatti ha un’origine multifattoriale, essendo il frutto di vari agenti che operano in sinergia fra loro: in primis una componente genetico-familiare, la quale però innesca la malattia vera e propria soltanto se viene a trovarsi in interazione con altri fattori ambientali connessi a stili di vita scorretti, come un’eccessiva e/o cattiva alimentazione, e a una ridotta attività fisica.

La sedentarietà sembra infatti essere divenuta il morbo del nuovo millennio: se fino a qualche decennio fa i bambini andavano a scuola a piedi o in bicicletta, oggi ci vanno accompagnati in macchina; se facevano a gara a chi saliva prima le scale, oggi prendono l’ascensore anche per un solo piano; se giocavano a chiapparella e nascondino, adesso stanno ore davanti al televisore e al computer. Tra l’altro sembra che quasi nessuno pratichi più lo sport a un livello adeguato alla propria età, a tutto vantaggio dei videogiochi.

Naturalmente il problema più grande risiede nelle cattive abitudini a tavola: una dieta sbilanciata fin dalla tenera età sarà infatti la causa principale dei chili di troppo con cui si dovrà combattere da adulti. Al problema si è interessato recentemente anche il Ministero della Salute, che ha predisposto una sorta di vademecum per cercare di migliorare la dieta dei bambini anche all’interno delle mense scolastiche. Nei primi anni di vita, infatti, la parola chiave è “equilibrio”. Il piccolo deve essere educato a una giusta nutrizione e a un rapporto sano con il cibo. Innanzitutto vanno eliminati merendine e snack di produzione industriale (ad alto contenuto di calorie e grassi), bevande gassate, succhi di frutta e cioccolata, da sostituire con frutta, yogurt, fette biscottate e acqua. Bisogna inoltre stare attenti a evitare un eccessivo apporto proteico, alternando il consumo di carne, uova e formaggi e preferendo le proteine del pesce. Naturalmente vanno moderate anche le quantità delle porzioni: il “bis” è messo al bando! Un’ultima cattiva abitudine di cui disfarsi è quella degli spuntini fuori pasto; rispettare ritmi regolari è fondamentale, altrimenti si corre il rischio che si instaurino circoli viziosi, come la sindrome dell’alimentazione notturna.

Come accennato, l’altro caposaldo della prevenzione è costituito da un regolare esercizio fisico: un’ora al giorno di movimento è infatti essenziale per l’organismo dei più piccoli, le cui preferenze sportive vanno dunque fortemente incoraggiate.

L’importanza del dinamismo e dell’educazione alimentare vanno di pari passo nella lotta all’obesità; ma, perché un bambino mangi e acquisti abitudini di vita sane, è soprattutto necessario che tutta la famiglia faccia altrettanto: se la credenza è piena di “tentazioni”, sarà molto difficile che il piccolo riesca a starne alla larga!

Giulia Sonnino Mimun

SE IL BIMBO È UN FORSENNATO FORSE HA LA SINDROME “ADHD”

27 Nov

Difficile da diagnosticare,

si tratta di una vera e propria malattia,

che porta con sé sconforto e isolamento

«Quel bambino è una vera peste; alla festa è meglio non invitarlo»; «Ma cosa gli avranno insegnato a casa i genitori? Non sa nemmeno restare seduto a tavola cinque minuti»; «Meglio farlo stare al banco da solo, altrimenti dà fastidio ai compagni»…. È con frasi come queste che spesso vengono additati quei bambini troppo vivaci, quelli che i genitori non sono capaci di “tenere buoni”, che gli insegnanti non vorrebbero mai avere in classe e con i quali i coetanei non riescono ad andare d’accordo.

Bambini impulsivi, disattenti, iperattivi, svogliati, che non sanno rimanere fermi un istante, che dimenticano le cose; bambini sempre agitati e, a volte, persino violenti…. Ma, per favore, non chiamateli maleducati! I loro comportamenti, per quanto biasimabili e inopportuni possano risultare, sono infatti assolutamente indipendenti dalla loro volontà: i piccoli soffrono di un serio disturbo da deficit di attenzione, chiamato anche disturbo da iperattività e meglio conosciuto con l’acronimo inglese ADHD. Si tratta di un vera e propria patologia neuropsichiatrica abbastanza frequente nell’età evolutiva: colpisce circa il due per cento dei bambini nella fascia prescolare ed è generata sia da fattori genetici che da cause ambientali.

Generalmente chi soffre di Adhd ha, infatti, una predisposizione di base, che si evolve in malattia vera e propria nel momento in cui il soggetto viene esposto a determinati fattori “scatenanti”, tra i quali, ad esempio, la circostanza in cui un bimbo nasca prematuro o quella in cui la madre, durante la gravidanza, faccia consumo di fumo e alcol.

Pur conoscendone i sintomi, la difficoltà più grande di questa malattia sta proprio nel diagnosticarla: mancanza di concentrazione, impulsività ed eccitazione infatti non sempre sono sinonimo di Adhd, ma possono dipendere da numerosi altri fattori e spesso si tratta soltanto di comportamenti riflessi, dovuti a svogliatezza o eccessiva vivacità. L’iperattività invece, che si manifesta solo quando questi fenomeni diventano cronici, è una patologia molto seria, che può compromettere, oltre al rendimento scolastico del piccolo, anche la qualità di tutta la sua vita. Le prime conseguenze sociali di questo disturbo risiedono proprio nella frustrazione che proverà il bambino nel rendersi conto di non riuscire in ciò che tutti i suoi coetanei sono in grado di fare: è il disagio di un ragazzino che, ancor prima di iniziare a svolgere un compito, sa “di non essere capace”. Da un recente studio svedese è inoltre emerso che un bambino iperattivo ha una possibilità decuplicata di essere vittime di episodi di bullismo, ma anche quattro volte maggiore di diventare lui stesso un “bullo”. A lungo termine, di fronte a questi ostacoli insormontabili, il piccolo potrebbe cadere nello sconforto, perdendo la stima e la fiducia in se stesso. Inoltre più si aspetta a intervenire, maggiore è il rischio che la situazione peggiori.

Tuttavia, prima di gridare al lupo, è necessario che venga fatta una diagnosi estremamente attenta da un esperto: curare un bambino sano come se soffrisse di Adhd può infatti produrre danni gravissimi al suo sviluppo. Per questo è assolutamente messa al bando la diagnosi “fatta in casa” ed è imprescindibile cercare più di una conferma da medici qualificati, che, oltre all’osservazione diretta dei comportamenti del bimbo, lo  sottoporranno a prove e valutazioni neurologiche specifiche.

Una volta accertata la natura del disturbo, si procede con la terapia, che viene personalizzata sul singolo caso, ma che deve comunque essere “multimodale”, osssia basata su un approccio combinato di interventi medici e psicoeducativi, portati avanti sia sul bambino che sui genitori. Questi ultimi infatti coprono un ruolo fondamentale e, per poter aiutare il figio, vanno “educati” ad affrontare la malattia, a conoscerla e imparare le regole da seguire per sconfiggerla. Creare un ambiente semplice e ordinato, seguire ritmi di vita regolari, rivolgersi al bambino con frasi brevi e chiare, essere con lui risoluti e decisi, ricompensarlo quando si comporta bene o, viceversa, punirlo: sono tutti atteggiamenti che possono fare molto nelle situazioni meno compromesse. Inoltre, perché le cure abbiano successo, è importante coinvolgere gli insegnanti, affinché siano in grado di comprendere le difficoltà dei ragazzi e divenire, insieme a genitori e specialisti, un’unica squadra.

Quando però il disturbo è più serio, i trattamenti educativi, comportamentali e psicologici da soli non bastano più. In un terzo dei casi, infatti, (sebbene molti siano contrari) bisogna associare una terapia farmacologica a base di psicostimolanti, finalizzata a correggere le disfunzioni cerebrali che si celano dietro la malattia. In Italia queste cure, che devono sempre essere prescritte da un neuropsichiatra, possono essere eseguite soltanto nei centri regionali di riferimento e, sebbene nella maggior parte dei soggetti riducano drasticamente l’iperattività, migliorando la capacità di concentrazione e di coordinamento corporeo, non sono in grado di dare ai piccoli pazienti gli strumenti necessari per riacquisire stabilmente le proprie abilità sociali. Per questo il trattamento combinato risulta senz’altro il percorso migliore da seguire.

L’Adhd è una malattia “invisibile”, impariamo a vederla e, soprattutto, a riconoscerla.

Giulia Sonnino Mimun