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PC PORTATILE: NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

5 Apr

Disturbi muscolo-scheletrici, alla vista e alla pelle:

ecco a cosa andiamo incontro

se usiamo male il notebook


            Oltre che flessibile, negli ultimi anni il lavoro sta diventando sempre più “mobile”. Questa tendenza ha avviato un importante processo di “scollegamento” tra lavoratore e luogo di lavoro, di cui i pc portatili sono stati protagonisti; tanto che anche il legislatore ha dovuto inseguire quest’evoluzione, occupandosi della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori in relazione all’utilizzo delle “macchine di videoscrittura senza schermo separato”, ossia, per l’appunto, dei computer portatili. Secondo quanto stabilito dal D.Lgs.81/2008 l’impiego prolungato di queste apparecchiature necessita, infatti, della fornitura di una tastiera e di un mouse, nonché di un idoneo supporto che consenta il corretto posizionamento dello schermo. È inoltre previsto, a carico del datore di lavoro, l’obbligo di formazione dei propri dipendenti, di fornitura di eventuali dispositivi di correzione della vista, nonché il dovere di concedere pause di quindici minuti ogni centoventi di applicazione continua al videoterminale.

Tali prescrizioni di legge rispecchiano l’attenzione crescente ai problemi legati a un uso scorretto del notebook. Da una ricerca condotta da un gruppo di chiropratici inglesi, e pubblicata dal DailyMail, emerge che l’uso prolungato di questi dispositivi potrebbe causare seri problemi alla salute. Gli specialisti britannici hanno infatti riscontrato un legame diretto tra la diffusione dei pc portatili e l’incremento di problemi muscolo-scheletrici, dovuti innanzitutto al contravvenire dei canoni ergonomici nell’uso dei laptop, nonché al fatto che queste tecnologie, ideate secondo criteri di portabilità, non sono assolutamente adatte a farne un uso intensivo, come invece, purtroppo, avviene spesso.

Usati in treno, in macchina, sul letto o sul divano, con una tastiera ridotta e un display poco luminoso e di piccole dimensioni, i computer portatili costringono ad assumere posizioni di lavoro davvero disagevoli, che sono alla base di numerosi disturbi a schiena, spalle, collo e braccia. Per evitare questi problemi, è importante osservare alcune semplici indicazioni. Innanzitutto, il notebook va usato saltuariamente, in situazioni particolari e non dovrebbe in alcun modo sostituire il computer da scrivania. Soltanto una postazione fissa e ben organizzata può infatti diminuire il rischio di disturbi muscolari. Ma se proprio si è costretti a utilizzare il portatile, sarebbe decisamente meglio procurarsi una tastiera e un mouse separati, fare pause frequenti e cambiare spesso posizione; inoltre è di fondamentale importanza non poggiare mai il computer sulle gambe: in questa posizione infatti, la schiena e il collo sono costretti ad assumere una postura scorretta, che, con un uso prolungato, potrebbe causare una cifosi, ossia una curvatura in avanti della colonna vertebrale.

Ma i danni che possono scaturire dall’appoggiare il pc portatile sulle cosce non finiscono qui: sulla rinomata rivista americana Pediatrics sono stati riportati i casi di un dodicenne svizzero e di una giovane statunitense affetti dal cosiddetto eritema ab igne, o secondo un gergo più moderno, dalla “Toasted skin syndrome” (o sindrome della pelle tostata). Si tratta di una leggera ustione dell’epidermide, provocata dal surriscaldamento della base del computer (oltre i 50°), che, a lungo andare, può causare conseguenze di varia natura e dimensioni. Gli effetti spaziano da un arrossamento della cute, simile a quello da scottatura al sole, a un’alterazione della pigmentazione permanente; dall’invecchiamento precoce della pelle fino a casi (per fortuna molto rari) di carcinomi dell’epidermide. Quelli descritti non sono gli unici casi di problemi di salute attribuiti ai pc portatili; l’uso protratto per lunghi periodi del laptop sulle gambe, e quindi vicino ai testicoli, potrebbe infatti provocare un’importante riduzione della fertilità maschile. Secondo uno studio del professor Yefim Sheynkin e pubblicato sulla rivista medica Human Reproduction, il calore generato dall’apparecchiatura sarebbe capace di compromettere la motilità e la qualità degli spermatozoi. Quelli che rischiano di più sono i giovanissimi, grandi utilizzatori di notebook, che potrebbero scoprire il danno solo tra dieci-quindici anni, quando proveranno ad avere dei figli.

Per scongiurare tali complicanze basta interporre dei tessuti termoisolanti tra il computer e le cosce, anche se la miglior prevenzione resta quella di utilizzare il portatile solo per brevi periodi di tempo.

Insomma, se qualche decennio fa ci si bruciava le cosce stando troppo vicini alla stufetta, oggi l’eritema ce lo fa il computer… l’ennesima prova dei tempi che cambiano!

Giulia Sonnino

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GLI AMICI SI SCELGONO, I COLLEGHI NO!

13 Dic

Sono tante le occasioni di attrito

che minano il benessere dei lavoratori;

qualche  consiglio per cavarsela in ufficio


            Non si vive di solo stipendio!

Strano a dirsi, ma per i lavoratori italiani ciò che più conta in ufficio non è quello che si riceve in busta paga a fine mese, bensì la qualità delle relazioni interpersonali che si riescono a instaurare con i colleghi e con il capo. Il benessere sul lavoro, infatti, è determinato da una serie complessa di fattori: economici, organizzativi, ambientali, sociali, ma, stando alle statistiche, soprattutto relazionali. Un’azienda, se da un lato è costituita da beni e competenze tecniche, dall’altro si appoggia sull’elemento umano; ciò rende sempre più rilevante l’attenzione al benessere dei dipendenti, in quanto la serenità dei rapporti sociali ne influenza direttamente la salute e la qualità della vita, riflettendosi anche sull’efficienza nel conseguimento degli obiettivi d’impresa.

Instaurare legami di amicizia in ufficio è una vera fortuna, ma, purtroppo non sempre è la norma. Più spesso infatti la vita tra le scrivanie è caratterizzata da individualismo, sfiducia e competizione. Secondo un’indagine Eurofound, gli italiani sarebbero infatti agli ultimi posti tra i paesi europei per livello di cooperazione sul lavoro: soltanto un impiegato su due ha la possibilità di chiedere aiuto ai colleghi e ancor meno sono i fortunati che possono permettersi di rivolgere i propri quesiti al diretto superiore. Alla luce di ciò, non sorprende il fatto che nel Belpaese sia davvero poco diffuso il lavoro di gruppo; se infatti nel resto del Vecchio Continente oltre la metà dei lavoratori opera costantemente in team, da noi ciò avviene soltanto nel 39% dei casi.

Faccia poi un passo in avanti chi non resiste al minimo spiffero e ha un collega che, anche in pieno inverno, tiene l’aria condizionata al massimo o chi, al contrario, non sopporta il caldo e il suo vicino di scrivania è un gran freddoloso… I motivi di tensione all’interno di un ambiente lavorativo sono davvero numerosi e spesso sono sufficienti banali scaramucce a rendere elettrica l’atmosfera. Conflitti, malintesi, litigi, rivalità: le occasioni di attrito sono le più varie, ma, per trovare la soluzione adatta a superare ciascuna di esse, è opportuno innanzitutto  individuare le vere cause che vi si celano dietro.

Alla base di ogni dissapore infatti, è possibile distinguere tre categorie di fattori: può trattarsi di conflitti generazionali, di personalità o di interesse. Nel primo caso, capita sempre più frequentemente che all’interno dell’impresa gli impiegati più giovani si scontrino con i più anziani: se i primi considerano arcaici i metodi di chi ha qualche anno di più, questi ultimi giudicano troppo audace il modo di agire dei novellini. Da queste posizioni è facile che scaturiscano incomprensioni, rifiuto di adattarsi e rimessa in discussione delle reciproche competenze. Si tratta tuttavia di controversie facili da risolvere semplicemente usando un po’ di buona volontà: riconoscendo le proprie lacune, da una parte e dall’altra, è infatti possibile riaprire il dialogo e magari imparare a considerare in modo positivo le differenze: non più retrogradi contro avventati, ma esperti insieme ad avanguardisti.

Nella circostanza in cui i conflitti siano legati alla personalità dei singoli, è bene tenere a mente che non sempre è possibile piacere a tutti. Caratteri, background culturale e filosofie di vita differenti sono effettivamente fattori che possono facilmente accendere gli animi, ma si può risolvere il problema adottando una strategia di elusione: con un po’ di abilità si può infatti imparare a evitare accuratamente gli argomenti “problematici” e, qualora ciò non fosse possibile, è importante esprimere le proprie idee cercando sempre di rispettare quelle degli altri e, soprattutto, con educazione. Essere educati (e pretendere che gli altri lo siano con noi) è la prima regola per andare d’accordo.

Vi sono infine i cosiddetti conflitti “d’interesse”: lotte di potere intestine all’azienda che possono riguardare un aumento di stipendio, una promozione o semplicemente il volersi mettere in bella mostra di fronte al capo. Talvolta questa competizione è addirittura stimolata dalle stesse aziende al fine di ottenere da ciascuno i migliori risultati, senza rendersi conto che, così facendo, gettano le basi per la rovina del clima generale e, conseguentemente, dei risultati finali. In questi casi è necessario fare chiarezza e stabilire, una volta per tutte, i confini del territorio spettante a ciascuno.

Insomma, sembra che gli open space e le dichiarazioni di intenti spese da qualche manager per stimolare la cooperazione non servano a molto. A volte la tentazione di rispondere per le rime alle provocazioni è davvero forte; eppure un’escalation di violenza avrebbe il solo risultato di avvelenare ulteriormente situazioni già tese di per sé; senza considerare inoltre che le arrabbiature fanno soltanto male alla salute, aumentando considerevolmente lo stress di chi ci si imbatte.

Le aziende sono dunque chiamate a un importante investimento formativo nelle competenze trasversali dei propri dipendenti, mirando in primo luogo a migliorarne le abilità di comunicazione, nonché le capacità nel gestire situazioni difficili e lavorare in gruppo.

Sono proprio i rapporti interpersonali a colorare la giornata lavorativa del singolo impiegato ed è ciò che traspare all’esterno, nelle relazioni con i clienti, con i fornitori e con gli utenti; migliorarne la qualità, quindi, significa migliorare il benessere psicologico di ciascun lavoratore e, di conseguenza, la sua performance e la soddisfazione nel conseguimento degli obiettivi aziendali.

Giulia Sonnino Mimun

LE INSIDIE DELLA PAUSA PRANZO

28 Nov

“A pranzo un panino al volo e adesso non ci vedo più dalla fame!”:

non è uno spot, ma la realtà degli uffici italiani


 

C’era una volta il padre di famiglia che rientrava a casa per il pranzo; c’erano i figli che tornavano da scuola e la moglie che li aspettava  per mettere i piatti in tavola e mangiare tutti assieme; e c’era una volta anche la famosa “pennichella”, l’abitudine di schiacciare un pisolino dopo mangiato, per ricaricare le energie prima di tornare al lavoro…

Oggi gli stili di vita sono radicalmente cambiati: molte donne lavorano, la scuola è diventata a tempo pieno e  i ritmi sono sempre più frenetici, specialmente nei grandi centri urbani, dove ormai, visti i ridotti intervalli di tempo libero, si è affermata l’abitudine di consumare il pasto fuori casa, vicino o addirittura sul posto di lavoro.

Può trattarsi di uno snack veloce alla scrivania, per non perdere tempo, o al contrario di un pranzo succulento al ristorante, per “staccare un po’ la spina”. Fatto sta che la sosta della pausa pranzo si trasforma spesso in un vero e proprio attentato alla nostra salute: una carenza di elementi nutrizionali o squilibri ed eccessi calorici possono infatti mettere a rischio il nostro benessere, aumentando il richio di insorgenza di alcune malattie metaboliche e degenerative.

Bar, mense, trattorie, fast food offrono ormai molte alternative, ma, per evitare pericolosi errori dietetici, bisogna stare attenti e saper scegliere. È sempre più diffusa la cattiva abitudine di saltare la colazione e sostituirla con due, tre caffè nell’arco della mattinata: nulla di più sbagliato! Il risultato infatti è quello di arrivare al momento del pranzo letteralmente affamati, rischiando così di scegliere pietanze ipercaloriche, come primi piatti elaborati, fritti e dolci al posto della frutta. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che il tempo a disposizione è sempre molto scarso (variando mediamente da quaranta minuti a un’ora) e che si torna immediatamente dopo a svolgere lavori sedentari, ecco che la digestione diviene particolarmente laboriosa e può facilmente provocare sonnolenza, gonfiore e bruciore di stomaco.

Talvolta però l’intervallo è talmente breve da non consentire neppure di mettersi a tavola per consumare un pasto completo. Ecco dunque che il panino del bar si trasforma nel protagonista indiscusso dei nostri pranzi. È importante quindi sceglierlo con accuratezza: no a focacce e pani conditi, bandite salse e farciture eccessivamente grasse (come salumi e formaggi); meglio preferire panini semplici e integrali, imbottiti con verdure grigliate o carne magra (come tacchino e bresaola). Al bar poi una valida alternativa può essere rappresentata dalle insalatone miste preconfezionate, che apportano fibre alimentari, vitamine e minerali. Attenzione però a evitare eccesivi mix iperproteici.

C’è poi chi il panino decide di mangiarlo frettolosamente davanti al computer o comunque seduto alla scrivania, per non rischiare di perdere tempo e concentrazione. A descrivere sinteticamente questa brutta moda degli ultimi anni, come spesso avviene, ci hanno pensato gli americani: si chiama “desk-eating” e si tratta di un’abitudine alimentare asollutamente malsana. I fabbisogni dell’organismo trovano infatti soltanto una soddisfazione momentanea, ma nel giro di pochissimo tempo, la fame torna a farsi sentire, traducendosi in un continuo spizzicare durante tutto il pomeriggio. Tra l’altro chi sceglie di mangiare alla scrivania, si accontenta spesso di consumare gli snack comprati al distributore automatico, saturi di conservanti, additivi, coloranti, che, oltre alla linea, possono rivelarsi nocivi anche per la salute. Lavorare col boccone in bocca, infine, può compromettere e rendere più difficoltosa la digestione, proprio a causa dell’ansia e della fretta che si hanno nel consumare il pasto. Godersi con calma l’intervallo, quindi, è sacrosanto!

Negli ultimi anni, poi, sta tornando in auge anche un vecchio must: la cosiddetta  “schiscetta”, ovvero il pranzo preparato a casa e conservato in piccoli contenitori da portare con sé a lavoro. Secondo uno studio del magazine enogastronomico Alice Cucina, oltre la metà dei dipendenti degli uffici italiani sceglie questa opzizone per conciliare dieta e risparmio. Si tratta di un retaggio operaio di padri e nonni che torna a imporsi prepotentemente come uno stile di vita, oltre che un’alternativa ai costosi ristoranti e ai poco salutari fast food.

Un panino con le verdure grigliate, un’insalata leggera, una pasta fredda, una frittatina; e se poi in ufficio si ha a disposizione un microonde – in alternativa esistono anche moderni scaldavivande usb da connettere alla presa del computer -, è possibile sbizzarrirsi a riscaldare paste, carni e verdure, ampliando riccamente la gamma dei possibili abbinamenti, a tutto vantaggio della propria salute. Anche in questo caso però è fortemente sconsigliato consumare il pasto alla scrivania: telefono e mail, infatti, non devono interrompere la pausa pranzo; bisogna invece concentrarsi su ciò che si sta mangiando, apprezzando appieno il gusto delle pietanze.

C’è, infine, chi (specialmente tra le donne) durante la giornata lavorativa non  mangia nulla o quasi: anche in questo caso si tratta di un comportamento deprecabile, data l’importanza della pausa pranzo, fondamentale per soddisfare l’appetito e ricaricare l’organismo dopo la mattinata lavorativa.

Per scegliere in modo sano ed equilibrato cosa mettere nello stomaco quando si è in ufficio, la regola d’oro è: “Non essere mai digiuni e mai completamente pieni”: quindi via libera a pranzi leggeri, preferibilmente a base di carboidrati, con pochi grassi, assolutamente senza alcol  e, soprattutto, da consumare con calma e seduti…con una certa comodità!

Giulia Sonnino Mimun

 

STRESS DA LAVORO: LA MALATTIA DEI COLLETTI BIANCHI

27 Nov

Tra ritmi incalzanti, mobbing e crisi economica,

la vita in ufficio si fa pericolosa

Lo stress non è una malattia, ma un’esposizione prolungata a esso può ridurre l’efficienza sul lavoro e causare malattie” (Inail, 2005).

Se fino a pochi anni fa termini come “stress da lavoro” erano del tutto sconosciuti; oggi purtroppo il fenomeno è divenuto talmente vasto da poter parlare di un vero e proprio “problema sociale”, di importanza tale da occupare le pagine delle più grandi riviste mediche, nonché essere oggetto di discussione all’interno di rubriche di costume, dei tg e persino delle aule parlamentari.

In Europa questo disturbo colpisce oltre quaranta milioni di persone (pari a circa il 22% dei lavoratori) e, dagli studi condotti dall’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro (Ispesl), emerge che più della metà delle assenze per malattia sarebbe imputabile proprio allo stress. Dati sconcertanti, che nel nostro Paese assumono dimensioni nettamente maggiori; i colletti bianchi italiani, infatti, sono in testa alla classifica europea: la percentuale di quanti puntano il dito sullo stress come malessere principale, vissuto in conseguenza del proprio lavoro, è pari a circa quattro milioni di persone, vale a dire il 27% degli occupati.

Il “Mal d’ufficio” colpisce principalmente il fisico di quegli impiegati non appagati dal proprio lavoro, aumentando notevolvente i sintomi dello stress e la percentuale di rischio infarto, nonché la frequenza di altri disturbi cardiovascolari, alla base dei quali ci sarebbe l’innalzamneto della pressione sanguigna riscontrato nei dipendenti continuamente esposti a tensione e stanchezza.

Un’altra minaccia, oltre che da una serie di disturbi di carattere psicosociale (che spesso portano all’utilizzo di psicofarmaci), è rappresentata da quelle malattie che poi passano a una fase di somatizzazione, come i disturbi gastrointestinali. È molto frequente, infine, il manifestarsi della sindrome da burn-out (letteralmente “essere bruciati, esauriti, scoppiati”), che fa riferimento a una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento e improduttività lavorativa, registrati nei lavoratori inseriti in attività professionali a carattere sociale, le cosiddette “helping professions”. Ad esserne colpite, sono in particolare le categorie tradizionali, come Forze dell’Ordine, professioni sanitarie, educatori, psicologi, avvocati, assistenti sociali, etc. , ma anche molti lavoratori precari e gli over 45.

 

Le cause dello stress lavoro-correlato sono molteplici, ma riconducibili principalmente alla tipologia di professione, all’organizzazione del lavoro e alle modalità con le quali sono gestite le risorse umane nel contesto lavorativo.

Talvolta il malessere si presenta come il risultato di pericolose politiche manageriali, tendenti a pretendere l’impossibile dai dipendenti. Un esempio dei risultati disastrosi di queste linee di condotta è dato dalle tragiche vicende verificatesi tra i dipendenti di Renault e France Telecom (solo tra i lavoratori di quest’ultima dal 2008 a oggi si sono consumati quasi cinquanta suicidi). Richieste incalzanti e mai eludibili da parte di superiori e spesso anche colleghi poco cordiali, scadenze impellenti e ritmi troppo serrati caratterizzano la giornata lavorativa del 46% dei lavoratori europei, che si trovano così a dover svolgere le proprie funzioni a “marce forzate”. Ma, a incidere sul complesso equilibrio tra vita privata e lavoro, sono soprattutto i tempi: chi è impegnato in orari di lavoro troppo prolungati (oltre le 48 ore settimanali) è, infatti, spesso insoddisfatto, in quanto non ha tempo da dedicare alla famiglia, alle amicizie, allo svago personale. Per non parlare dell’occupazione femminile! In quell’ambito cercare di conciliare casa, ufficio e figli può portare molte donne sull’orlo di una vera e propria crisi di nervi.

Anche il sentirsi ingiustamente sottovalutati dal capo o dai colleghi può essere un’importante fonte di tensione. Ciò comporta e favorisce uno stato di depressione, che sfocia poi nella vita sedentaria e in comportamenti antigienici, che, non di rado, si accompagnano ad abuso di alcol e fumo, nonché eccessi alimentari.

E se da un lato, con il miglioramento delle tecnologie di condizionamento e la legge antifumo, si cerca di migliorare l’aria negli uffici, il clima che si respira tra colleghi resta spesso asfissiante. Cattive relazioni interpersonali possono evolvere in una sorta di guerra mentale, il cosiddetto “mobbing”, che, attraverso violenze e molestie di natura psicologica (come sfottò, discriminazioni, vessazioni, maldicenze, emarginazione, demansionamento o assegnazione di incarichi poco interessanti), si prefigge di indurre una persona ad abbandonare il proprio posto di lavoro.

Infine la Crisi economica che ci ha colpito in questi ultimi anni impone che vi sia un impegno ancora maggiore a presidiare la tematica dello stress da lavoro. La ricattabilità e la paura di perdere il posto portano infatti molti impiegati ad accettare sovraccarichi di impegno, turnazioni e orari insostenibili, rendendo ancora più pericoloso il rischio di stress, la cui percezione è, tra l’altro, accresciuta dalla natura contrattuale dei rapporti di lavoro, sempre più spesso basata sulla precarietà: solo un italiano su tre pensa di riuscire a mantenere il posto di lavoro nei prossimi due anni e l’ incertezza aumenta di fronte all’ipotesi di doverne trovare un altro in caso di licenziamento. La mancanza di supporto psicologico va ad aggiungersi a questo allarmante quadro, aggravandolo ancora una volta.

 

In un recente studio condotto da European Heart Journal è stato stimato che solo il trattamento sanitario del disturbo depressivo collegato allo stress incide direttamente sull’economia europea con un dispendio di 44miliardi di euro l’anno e, indirettamente , in termini di calo di produttività, con una perdita pari a 77 miliardi di euro.

Considerate quindi le dimensioni e i costi del problema, anche il legislatore se ne è preso carico: dal 31 dicembre 2010 decorre, per tutte le aziende, l’obbligo della valutazione dello stress lavoro-correlato. Ai sensi dell’art.28 del D.lgs.81/2008 la valutazione dei rischi dei luoghi di lavoro deve infatti riguardare tutti i possibili pericoli per la sicurezza e la salute dei dipendenti, ivi compresi quelli collegati appunto allo stress. Mediante la sorveglianza sanitaria del medico del lavoro e dello psicologo, datori e impiegati iniziano così un processo di consapevolezza e di analisi dei fattori di tensione e dell’insorgenza dei sintomi, mettendo in atto un’importante azione preventiva. Ma, al di là degli obblighi di legge, numerosi studi hanno dimostrato i vantaggi aziendali che questo tipo di controllo genera, in termini di riduzione dell’assenteismo, dei problemi disciplinari, dei contenziosi e delle tensioni interne, a tutto vantaggio del rendimento del lavoratore.

 

Per schivare il problema, negli Stati Uniti già da anni, molte aziende affiancano ai piani di business dei veri e propri piani di benessere aziendale, denominati “Welness Plan”. In Italia soltanto di recente le più grandi imprese cominciano a sperimentare la cura del dipendente, inserendo benefit collegati al benessere e allestendo zone in cui ci si può rilassare e ritrovare energie. Ci sono persino direttori che suggeriscono un bel pisolino a metà giornata o chi spinge per la pausa-palestra!

Anche se con qualche decennio di ritardo, comincia a essere chiaro per tutti che il dipendente più rilassato produce di più… e costa di meno!

Giulia Sonnino Mimun