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LA SALVEZZA DELL’ANIMA PASSA PER LA TAVOLA!

29 Set

Cibo e religioni: dietro ogni pasto tradizioni e precetti antichi

 

Gli italiani mangiano troppo, ma soprattutto male!

Le ricerche del nutrizionismo moderno evidenziano infatti che, tralasciando gli aspetti quantitativi, nelle nostre dispense si trovano troppo spesso alimenti industriali di scarsa qualità, saturi di conservanti, additivi, coloranti, che ne alterano il valore e che possono anche rivelarsi nocivi per la salute. Spesso inoltre tendiamo a mettere in tavola le cosiddette “combinazioni sbagliate”, ossia quelle associazioni di cibi che fra loro non vanno d’accordo e che sono alla base di numerosi disturbi, come gonfiori, allergie, intolleranze, cattiva digestione, acidità, fermentazioni intestinali, cellulite, etc.

Per rimediare a questi errori, consultare dietologhi e nutrizionisti è senza dubbio la strada più indicata; c’è tuttavia qualcos’altro, oltre alla scienza, che può venirci in aiuto: la religione. Ogni credo infatti porta con sé un complesso di regole alimentari, che, a seconda del contesto, incidono in maniera più o meno significativa sulle singole consuetudini. Il rapporto con l’alimentazione, dunque, dice molto riguardo alla fede del credente e al suo regime di vita, che, il più delle volte, lo porta a scegliere con maggior criterio ciò che mangia. Per quasi tutti i fedeli, infatti, il cibo è “fonte di vita” e rappresenta un dono proveniente direttamente da Dio, motivo per il quale un’alimentazione poco attenta rischierebbe di contaminare, oltre al corpo, anche lo spirito di chi la segue.

Prorpio al fine di “purificare” il corpo dalla corruzione che deriverebbe da un consumo sfrenato e distratto di cibo, le religioni raccomandano, nell’ambito di un modus vivendi sano e igienico, di astenersi dall’impiego di alcuni alimenti e, in alcuni casi, invitano persino al digiuno.

Molti culti orientali, ad esempio, particano il vegetarismo. Per buddhisti, induisti e janisti infatti mangiare la carne equivale a una grave crudeltà e implica la mancanza di rispetto nei confronti della vita di altri esseri senzienti. Inoltre è loro proibita qualunque sostanza ritenuta “tossica”, come naturalmente il fumo e le droghe, ma anche alcolici, caffè e thè. Lo stesso divieto riguardo gli elementi nocivi è valido anche per i mormoni, i quali, sebbene mangino carne, hanno l’obbligo di farlo con moderazione e che inoltre digiunano una volta al mese.

Assai più complesso risulta il corpus normativo prescritto nella Bibbia e osservato dagli ebrei. Il cibo è un aspetto fondamentale nella vita del popolo d’Israele e ne scandisce i momenti chiave; i precetti alimentari sono infatti considerati il mezzo per portare il sacro nel quotidiano, per cui la tavola si innalza ad altare, sul quale disporre soltanto cibi scelti con severa accuratezza, secondo quanto esplicitamente comandato (le disposizioni a riguardo si trovano nel capitolo 11 del Levitico). Le prescrizioni si basano sulla ripartizione dei cibi in due grandi categorie: la Torah* distingue tra animali taref, non idonei, impuri (e quindi proibiti), e animali kasher, ossia permessi. Per quanto riguarda i mammiferi, è ad esempio consentito nutrirsi di quadrupedi ruminanti con zoccoli spaccati, la cui l’unghia sia bipartita; è il caso di mucca, bue, pecora, capra e cervo. Al contrario sono ritenuti impuri maiale, cammello, coniglio, lepre e cavallo. I volatili sono tutti permessi, tranne i notturni e i rapaci. Inoltre è consentito mangiare esclusivamente i pesci che possiedano sia pinne che squame; ne consegue che sono esclusi molluschi e crostacei. È infine vietato cibarsi di qualsiasi animale che possa suscitare disgusto (anche tenendo conto degli usi del luogo), come ad esempio, topi, lucertole, lumache e la maggior parte degli insetti. Gli animali permessi sono tuttavia ritenuti kasher soltanto se vengono uccisi secondo una particolare tecnica, chiamata shekitàh, che consiste nello sgozzare la bestia con un coltello affilatissimo, in modo da recidere le arterie carotidi, causando una perdita di coscienza quasi immediata (il che limita al minimo la sofferenza dell’animale) e permettendo al tempo stesso che il sangue scoli completamente dal corpo. Agli ebrei infatti è assolutamente proibito consumare sangue: “Non potrete mangiare nessun tipo di sangue dovunque voi risiederete, sia esso di volatile o di quadrupedi”(Levitico, 7, v.26), questo in quanto esso è considerato sede della vita stessa. Come noto alla scienza inoltre, il sangue è carico di tossine negative per l’essere umano e, se l’animale si spaventa di fronte alla morte imminente, scarica nel sangue adrenalina, anch’essa tossica. Con il metodo della shekitàh, dunque, l’improvvisa mancanza di ossigeno al cervello rende la morte istantanea, mentre i riflessi condizionati che ne seguono fanno sì che il sangue fuoriesca, rendendo inoltre la carne così ottenuta meno soggetta a deterioramento. Qualora però, dopo averne controllato gli organi interni, ci si accorgesse che l’animale ritualmente macellato presenti malattie o difetti fisici, sarebbe ugualmente vietato cibarsene.

L’ultima delle norme che regolano il regime alimentare ebraico riguarda il divieto di consumare carne e latte nello stesso pasto. La regola trova le sue radici nel passo biblico “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre” (Deuteronomio, 14, v.21) e sembra esprimere implicitamente un messaggio di compassione, il desiderio dell’Onnipotente di comunicarci l’ambiguità morale causata dalla distruzione della vita animale per il nostro godimento culinario. Accanto a questa teoria, esiste però anche la dimostrazione scientifica del fatto che l’inosservanza di tale precetto comporti una riduzione dell’assorbimento intestinale del ferro contenuto nella carne. I latticini infatti formano una sorta di pellicola intorno ad essa, rendendola così inattacabile dagli enzimi preposti alla digestione.

L’estrema rigidità di queste norme può sembrare fanatica ed estremistica, ma in realtà costituisce un’importante garanzia per il consumatore; tanto che, specialmente dopo il timore per il morbo della mucca pazza e per l’aviaria, anche moltissimi italiani non ebrei hanno cominciato a scegliere i prodotti kasher, proprio in virtù dei severi controlli cui sono soggetti, ritenendoli più sani e igienicamente più sicuri. Negli ultimi anni l’esigenza di una maggiore tutela nel settore alimentare ha innescato un vero e proprio “fenomeno del kasher”, facendo addirittura preferire tale marchio a etichette come “biologico”, “naturale”, “senza additivi”, etc.

Come per gli ebrei, anche per i musulmani è lecito mangiare soltanto animali uccisi secondo le regole della macellazione rituale (tadhkiya) e la selvaggina alla quale il cacciatore (musulmano) ha sparato pronunciando la formula “Bismillâhi, Âllâhu âkbar” (“Nel Nome di Dio, Dio è il più grande”). Inoltre ai fedeli è esplicitamente proibito consumare carne di maiale, nonché di animali trovati morti. Alcune scuole di giurisprudenza sconsigliano anche di cibarsi di carne di cane, gatto, asino e rognoni, di alcune parti del corpo (come il midollo e il cervello) nonché degli attuali prodotti alimentari con conservanti o altri ingredienti di origine animale, indicati nelle etichette con la lettera ‘E’. Sono infine proibiti i collageni e le gelatine animali. Da non dimenticare poi che, per evitare gaffe a pranzo con un musulmano, meglio non ordinare del vino: il consumo di alcolici infatti è severamente vietato ai fedeli di Maometto.

A differenza delle altre religioni, il cristianesimo a tavola non prevede alcun vincolo. Come dice San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “Anche il mangiare e il bere sono per la gloria di Dio”. In ragione di ciò l’”apostolo dei Gentili” esorta i fedeli a consumare ogni qualità di cibo, senza temere ripercussioni sull’integrità dello spirito, purché per ogni pietanza venga ringraziato il Signore. Tale autonomia di scelta in ambito alimentare rappresenta, come visto, un’importante eccezione nel contesto religioso; soltanto ai cristiani infatti è permesso di assaggiare senza remore “i sapori” delle altre culture: “Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno” (Vangelo di Luca). Tuttavia anche la Chiesa pone qualche limite, condannando il consumo sfrenato di cibo per il solo piacere dei sensi e ricollegandosi così all’idea di santità e purificazione che si ottiene attraverso la capacità di limitare le proprie voglie fisiche e i propri desideri istintivi. Per questo scoraggia innanzitutto l’eccesso di alcol e invita ad astenersi dal mangiare carne durante i venerdì di Quaresima e al digiuno penitenziale il Mercoledì delle Ceneri.

Un ultimo aspetto da prendere in considerazione è quello legato alla salute psicologica di chi fa un consumo smodato del cibo.  Quello che per i cristiani è  un semplice peccato di gola, può rivelarsi infatti un peccato assai più grave: quello verso la sacralità del proprio corpo, mezzo di comunicazione primario di noi stessi. Perdere il rapporto corretto ed equilibrato con il cibo equivale infatti a perdere il rapporto con se stessi. In questo ambito le norme religiose possono rappresentare un ulteriore appiglio per i fedeli in lotta continua con la bilancia.

Giulia Sonnino

* “Legge ebraica”. Con questo termine si indicano i cinque libri del Pentateuco, conosciuti anche come Antico Testamento

UNO SGUARDO SOTTO LE LENZUOLA DEI CREDENTI

18 Gen

Le religioni generatrici di etica… sessuale

Amore e Psiche (Canova)

Da sempre le morali sessuali rispecchiano la cultura dell’ambiente nel quale si sono diffuse e, di conseguenza, non sono immuni dall’influenza che le fedi religiose esercitano sulle tradizioni delle diverse collettività. Per molti popoli del passato il rapporto sessuale era ritenuto un atto sacro e ricopriva dunque una posizione fondamentale all’interno delle pratiche religiose. Si riteneva infatti che, attraverso l’atto della procreazione, all’uomo venisse dato il potere di accomunarsi alle divinità, che si erano accoppiate, popolando la terra. Il godimento inoltre portava all’estasi, elevando così la mente umana a livelli eccelsi. Per questi motivi le pratiche sessuali (anche omo) rientravano a pieno titolo in molte cerimonie. Non vi era nulla di vergognoso nel sesso e nella nudità, tanto che gli antichi greci,in occasione delle celebrazioni liturgiche dedicate a Dioniso, partecipavano a riti orgiastici; e non erano da meno i romani che, durante i Baccanali, praticavano la violenza sessuale reciproca (sodomia compresa), specialmente sui nuovi adepti.

Le remote tradizioni pagane non sono le sole ad affrontare il tema del legame tra sesso e religione. Anche nell’Antico Testamento infatti non mancano riferimenti a incesti, stupri, prostituzione e trasgressioni sessuali. Si pensi all’episodio delle figlie di Lot: quando, dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, credettero che il resto dell’umanità fosse stato sterminato, cospirarono tra loro per far ubriacare il padre e “coricarsi” con lui, con l’intento di preservare la stirpe paterna. La vedova Tamar, pur di assicurare la discendenza di suo marito, arrivò a travestirsi da prostituta e sedurre con l’inganno il suocero Giuda, il quale dopo la morte del primogenito, non aveva rispettato la legge del levirato, negandole il matrimonio con suo figlio minore. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma ciò che emerge in tutti gli episodi biblici è che l’esuberanza sessuale di queste donne era sempre e comunque legata fermamente al fine della procreazione, per raggiungere il quale, tutto era considerato lecito. Il “principio procreativo”, che trova le sue radici nel passo biblico “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi»…” (Genesi 1, 28), è dunque alla base dell’etica sessuale ebraica, nonché di quelle islamica e cristiana. Nonostante siano passati quasi seimila anni da quando il Signore impartì ad Adamo ed Eva di riprodursi, questa prescrizione resta tuttora valida: tanto l’ebraismo quanto l’islam ritengono, infatti, che nessun uomo debba astenersi dal mettere al mondo dei figli e che colui che resta celibe non si possa considerare pienamente “uomo”: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli farò un aiuto che gli sia simile”, è scritto nella Bibbia, che prosegue: “Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie  e (nei figli) diverranno una sola carne” (Genesi, 2, vv.18 e 24). È questo il “principio dell’unione”, per cui la sessualità  va dunque considerata sacra. Affinché ciò avvenga, però, il sesso deve essere kosher, attenersi cioè ai codici comportamentali e alle regole della legge ebraica, molte delle quali contenute nei capitoli 18 e 20 del terzo libro del Pentateuco, il Levitico. In queste pagine vengono fermamente condannate tutte quelle forme sessuali considerate perverse: la bestialità, la prostituzione, l’adulterio e la sodomia. In quest’ultima, oltre ai rapporti omosessuali, si fanno rientrare anche tutti quegli atti non finalizzati alla procreazione, come il sesso anale, quello orale, e, non meno gravi, la masturbazione e la pratica anticoncezionale del coito interrotto, che configurano il cosiddetto “peccato di Onan”*1. Il Pentateuco fornisce inoltre regole dettagliatissime sui tempi in cui è lecito accoppiarsi e quelli in cui è bene astenersi (ad esempio è severamente vietato avere rapporti durante il ciclo mestruale della donna e nei sette giorni a esso successivi). Infine, non va dimenticata una prescrizione quasi ovvia: niente sesso fuori dal matrimonio!

Come detto, le regole sono sostanzialmente le stesse anche per i musulmani, per i quali la castità prematrimoniale è un precetto esplicitamente comandato dal Corano: “E quelli che non trovano moglie si mantengano casti finché Dio li arricchisca della sua grazia” (Sura 24,33). I fedeli di Maometto sono inoltre tenuti a osservare la castità assoluta durante il periodo del digiuno nel mese di ramadan. Al contrario di quanto si potrebbe pensare però, nel mondo musulmano il sesso non è affatto un tabù; l’Islam nutre infatti un vero e proprio culto verso l’”arte del piacere”, considerata uno degli elementi base su cui si poggia il matrimonio. Sposandosi, entrambe le parti garantiscono l’imta, l’appagamento sessuale dell’altro; il sesso fra coniugi diviene così un vero e proprio dovere coniugale, basato sempre sul principio di reciprocità nel soddisfcimento dei desideri del partner: “Coltivate l’amore per le vostre donne come un giardino…e date loro piacere e loro lo diano a voi” (Corano). Si pensi infine che, proprio in virtù del rispetto reciproco, prima dell’atto i coniugi si sottopongono a un rito preparatorio, che prevede per entrambi la depilazione e altre pratiche igieniche. L’Imam ‘Ali afferma in proposito: «Ogni volta che i peli di una persona aumentano, il suo desiderio sessuale diminuisce».

Per quanto riguarda la visione cristiana, come accennato, essa si basa sugli stessi principi delle altre fedi monoteiste. Tuttavia, sebbene i primi cristiani non avessero una visione negativa della dimensione fisica dell’uomo né della sessualità, a partire dal Cinquecentio la dottrinna accentuò la contrapposizione tra sfera corporale e spirituale, svalutando seccamente il valore della prima e arrivando, col tempo, a sostenere che i rapporti carnali distogliessero l’attenzione dalla dedizione al Creatore. Ebbe così inizio una vera e propria crociata contro la libidine e l’atto sessuale in sé, che implicò un crescendo di divieti e condanne da parte di numerosi religiosi, come San Gerolamo, San Paolo, e il più accanito Sant’Agostino*2, il quale inasprì ulteriormente le critiche, introducendo nella cultura europea l’idea del sesso come peccato. “Ritengo che le relazioni sessuali vadano radicalmente evitate –asseriva il teologo latino – Penso che nulla avvilisca l’uomo quanto le carezze di una donna e i rapporti corporali che fanno parte del matrimonio”. Egli infatti imputava alla carnalità di essere il mezzo di trasmissione del peccato originale, ossia dell’ingresso del Male nel mondo; e ciò accadeva quasi in concomitanza con l’instaurazione della castità obbligatoria per il clero latino sposato. L’inconciliabilità tra erotismo e spiritualità fu alla base del pensiero cristiano per molti secoli, durante i quali il matrimonio venne considerato soltanto come “rimedio” alla lussuria ed effetto collaterale della necessità di garantire la procreazione. Tale visione rimase inalterata fino al XX secolo, quando, è proprio il caso di dirlo, grazie a Dio, la Chiesa iniziò ad aprirsi nei confronti della sessualità: nel 1930, in un passo dell’enciclica Casti Connubii, Papa Pio XI attribuì per la prima volta al sesso, oltre all’immutato obiettivo principale della procreazione, anche il fine secondario di “rafforzamento del reciproco amore”, riallacciandosi al principio dell’unione, già riconoscito da musulmani ed ebrei. Oggi il cristianesimo promuove il matrimonio come segno visibile dell’amore di Cristo per la sua Chiesa e le due strade del celibato e del matrimonio hanno pari dignità e valore.

Anche il Buddhismo critica l’attaccamento al sesso, quando sia fine a se stesso, generato da un desiderio morboso e incontrollabile. In questi casi viene infatti considerato una fonte di infelicità, in quanto, eludendo il precetto di non abusare dei sensi, è capace di travolgere una persona fino a destabilizzarla. Qualora la carnalità fosse invece vissuta come unione mistica e profonda tra due individui, essa avrebbe la forza di liberarsi dal vortice della sola lussuria e divenire un mezzo per raggiungere il senso della totalità dell’essere umano. Quando ciò avviene, non vi è più alcun taboo per i buddhisti, che, addirittura nelle pitture sacre, ritraggono le divinità durante l’amplesso.

Al contrario delle filososfie occidentali, il piacere diventa per molti culti esotici uno strumento sacro. È questo, ad esempio, il caso del tantrismo indiano, per cui l’atto sessuale si traduce in esperienza mistica, in cui, attraverso la carnalità e la libidine, si raggiungono l’estasi e la perfezione spirituale.

Gli Indù fanno addirittura del sesso un simbolo sacrale, arrivando, in alcuni rituali, a onorare gli organi sessuali maschile e femminile (linga e yoni).

La visione confuciana, infine, non pone limiti alla sessualità maschile, riservando all’uomo un’accezione quanto mai estesa di etica sessuale. Diversa la posizione nei confronti del gentil sesso, considerato inferiore e privo di diritti anche in questo ambito.

Insomma, chi pensava che almeno sotto le lenzuola ci fosse un po’ di privacy dovrà ricredersi: da lassù non sfugge nulla!

Giulia Sonnino Mimun

*1 Secondogenito di Giuda. Nel libro della Genesi si racconta di come, secondo la legge del levirato, egli sposò Tamar, vedova di suo fratello; ma poiché il figlio primogenito che ne avrebbe avuto non sarebbe stato considerato suo, ma del fratello defunto, egli decise di non averne e ricorse al metodo anticoncezionale del coitus interruptus, disperdendo per terra il suo seme. Dio lo punì con la morte per la sua disobbedienza alla legge (Genesi 38,6-10)

*2  Maggior teologo dell’antica Chiesa latina, vissuto tra il IV e il V secolo

IN QUEI GIORNI… STOP AL SESSO!

1 Dic

Dai testi sacri insegnamenti preziosi

per la salute della donna

È scritto nella Bibbia: “Se una donna avrà un flusso che sia di sangue proveniente dai suoi genitali, ella dovrà rimanere distaccata dal contatto con il marito per sette giorni a causa del suo stato di impurità mestruale”. E ancora: “Ma se sarà guarita dal suo flusso, conterà sette giorni e dopo il bagno rituale sarà pura” (Levitico, 15, vv.19, 28). In virtù dell’immenso valore spirituale di cui sono portatori, i precetti racchiusi in questi versi costituiscono senza dubbio uno dei pilastri fondamentali dell’ebraismo, ossia le leggi della “purità familiare”. Molto brevemente, esse si possono riassumere nella seguente maniera: al termine del ciclo mestruale la donna effettua un controllo accurato delle parti intime per accertarsi che non sia presente alcuna traccia di sangue. Lascia poi trascorrere altri sette giorni (detti “giorni bianchi”) durante i quali verifica l’assenza di residui o tracce di sangue. Infine, al termine di questa settimana, si immerge nel mikvè, il bagno rituale, ossia una particolare vasca costruita in base a norme dettate dalla legge ebraica. A partire dall’inizio delle mestruazioni e fino all’avvenuta immersione nel mikvé, a marito e moglie è dunque proibito avere rapporti intimi.
Ma gli sposi di Israele non sono gli unici a doversi astenere dal sesso durante il ciclo mestruale. Anche l’Islam infatti pone un divieto simile. Il Corano dice: “Ti chiederanno dei mestrui. Di’: Sono un’impurità. Non accostatevi alle vostre spose durante i mestrui e non avvicinatele prima che il sangue finisca e non si siano purificate. Quando poi si saranno purificate, avvicinatele come Allah vi ha comandato” (Sura al-Baqara, II, v.222).
Nei secoli pre-Cristiani il tabù del sesso durante le mestruazioni era comune anche a molte civiltà antiche, per le quali, non solo le donne erano considerate esseri “impuri” nel corso di questi periodi, ma correvano il pericolo di trasmettere ad altri la loro impurità, come testimonia Plinio il Vecchio nel suo Naturalis historia.  Nessuna meraviglia dunque se i Padri Latini del IV-V secolo reintrodussero questa linea di pensiero anche nella morale cristiana.

Ma tornando ai dettami del Vecchio Testamento, i precetti sulla purità familiare dettati a Mosè  quasi quattromila anni fa possono parere alquanto eccentrici o arcaici agli occhi di chi stenta a coglierne il valore. Oggi, tuttavia, anche gli scienziati riconoscono che queste leggi affondano le loro radici in una conoscenza approfondita dell’anatomia umana. Soltanto nel corso degli ultimi decenni, e grazie all’impiego di strumenti sofisticati messi a disposizione dall’odierna tecnologia, tale sapere è stato rivelato anche dalla scienza. Di recente si è inoltre scoperto che tali prescrizioni sono in grado di offrire soluzioni efficaci a determinati problemi di salute o relazionali che colpiscono molte coppie: le norme concernenti questo importante precetto – ammettono gli studiosi – sono state dettate in base a nozioni approfondite nel campo medico, in quello psico-ormonale nonché in quello sociale, nell’ambito dei rapporti di coppia.

Dal punto di vista cronologico vi è  una precisa corrispondenza fra la tradizione ebraica e la scienza medica nell’ambito delle tre fasi che suddividono il ciclo mestruale della donna. Nella prima fase la membrana mucosa che riveste le pareti interne dell’utero si scolla e si rompe, causando la perdita sanguigna. Nella seconda fase, l’utero ricrea la mucosa distrutta, preparandosi ad accogliere e nutrire il feto. Grazie a moderni strumenti di ricerca, la scienza è giunta alla conclusione che il processo di creazione della nuova mucosa copre un periodo di sette giorni esatti a partire dal termine della mestruazione. In seguito a ricerche condotte nell’ultimo decennio nel campo del tumore uterino, venne alla luce anche il fatto che, fino alla conclusione di questa fase, l’utero acquisisce una consistenza spugnosa, rischiando di assorbire batteri estremamente pericolosi provenienti dall’esterno e aumentando così i rischi di contrarre gravi patologie. La separazione della coppia durante i giorni prescritti consente dunque di evitare malattie alle quali le donne sarebbero invece esposte in caso di rapporti sessuali.

Sono numerosi i dettagli e le ripercussioni dei precetti concernenti la purità familiare sui quali ci si potrebbe ancora soffermare, ma mi limito di seguito a discutere della terza fase: quella dell’ovulazione, in cui la cellula denominata ovulo, che dovrebbe trasformarsi in feto, si stacca dall’ovaia. Il momento in cui avviene l’ovulazione corrisponde esattamente al termine della formazione della mucosa uterina (la cui funzione sarebbe quella di accogliere il concepito e nutrirlo). Ne emerge un fatto degno di nota: il giorno dell’immersione nel mikvé, in cui marito e moglie ritrovano l’intimità provvisoriamente abbandonata, è anche il giorno ottimale per il concepimento. Circostanza ben conosciuta dagli antichi saggi, che nel Talmud* la menzionarono in questi termini: “La donna può concepire soltanto in prossimità dell’immersione”.

Ancora da un passo del Talmud è dato un ultimo spunto alla nostra riflessione: “Per quale motivo la Bibbia dice che il periodo di impurità mestruale dura sette giorni?”. “Perché il marito si abituerebbe troppo a lei e se ne stancherebbe”. Queste parole gettano nuova luce sugli aspetti psicologici della purità familiare, fornendo un importante contributo alla riflessione per chi vorrebbe risolvere i complessi problemi che al giorno d’oggi colpiscono numerose coppie: la noia, il disinteresse e i sentimenti di estraniazione che spesso creano profonde fratture nella vita coniugale.

Giulia Sonnino

 

*Testo sacro dell’ebraismo contenente le discussioni avvenute fino al II secolo d.c. tra gli antichi sapienti circa i significati e le applicazioni dei passi del Pentateuco.

LA CIRCONCISIONE, NON SOLO QUESTIONE DI FEDE

28 Nov

Da Abramo ai giorni d’oggi, una pratica sempre più frequente

Quello della circoncisione, in ebraico brit milà (lett. “patto della circoncisione”), rientra indubbiamente tra i precetti più noti dell’ebraismo. Nel Vecchio Testamento il Signore ordina esplicitamente, e senza lasciare spazio a equivoci, di effettuare questa prassi proprio all’ottavo giorno. Non un giorno prima né uno dopo: “All’età di otto giorni ogni maschio tra di voi, per le vostre generazioni, dovrà essere circonciso” (Genesi, 17, v.12). E ancora “All’ottavo giorno si circonciderà la carne del prepuzio del bambino” (Levitico, 12, v.3).

A tal proposito, rimane opportuno soffermarsi su alcune sorprendenti scoperte scientifiche riguardo ai mutamenti fisiologici che si verificano proprio all’ottavo giorno di vita del neonato.

Il sistema di coagulazione dipende da alcuni tipi di proteine (le piastrine) prodotte dal fegato. Queste sostanze operano in sequenza, con l’ausilio di enzimi, fino alla formazione di un grumo stabile detto “fibrina”. Nei primi giorni successivi alla nascita, il fegato non è sufficientemente sviluppato per compiere le funzioni descritte; pertanto qualunque operazione chirurgica eseguita in quel periodo su un neonato sottoporrebbe il bambino al rischio di grave emorragia. È importante precisare che alcuni ricercatori, tra cui il dr. Armand James Quick (fisico e fisiologo americano vissuto nel Wisconsin tra il 1894 e il 1978), rimasero molto colpiti dal nesso esistente fra lo sviluppo delle facoltà del corpo umano di interrompere sanguinamenti ed emorragie e la collocazione nel tempo del brit milà.

Nei suoi scritti il dr. Quick, inventore dell’omonimo test (definito anche “tempo di protrombina”), fa notare come nel corso dei primi giorni di vita la quantità di sostanze coagulanti nel sangue sia limitata e, di conseguenza, anche il più piccolo taglio possa rappresentare un serio pericolo per la vita del bambino; mentre, a partire dall’ottavo giorno, la capacità del sangue di coagularsi aumenti vertiginosamente. “Non è un caso – affermò Quick – che la religione di Mosè richieda che il rituale della circoncisione avvenga all’ottavo giorno”.

Nel giugno del 2000 fu pubblicata la ristampa aggiornata del bestseller americano “None of these diseases” (Nessuna malattia), del dr. McMillen. Nel saggio l’autore giunge alle medesime conclusioni, precisando che, subito dopo la nascita, il corpo di un neonato non dispone ancora delle facoltà di interrompere da sé il flusso sanguigno, mentre, a partire proprio dall’ottavo giorno, la protrombina raggiunge il livello medio del cento per cento. Immediatamente prima di questo momento, il contenuto degli elementi coagulanti aumenta rapidamente, per elevarsi fino al centodieci per cento esattamente nell’ottavo giorno. In altri termini è esattamente nel momento prescritto per il brit milà che le sostanze coagulanti raggiungono i livelli massimi, di molto superiori rispetto al tasso che accompagnerà l’individuo medio per il resto dei suoi giorni. «Dovremmo encomiare le centinaia di ricercatori che, per lunghi anni, hanno lavorato a gran prezzo per  scoprire che il giorno che offre le migliori garanzie di sicurezza per eseguire una circoncisione è l’ottavo. Tuttavia – puntualizza nel suo trattato il dr. McMillen – pur riconoscendo alla scienza medica i suoi meriti per questa recente scoperta, ci sembra quasi di sentire il fruscio delle pagine della Bibbia, a ricordarci che, quattromila anni fa, nell’iniziare la pratica della circoncisione con Abramo, il Signore disse: “All’età di otto giorni ogni maschio sarà circonciso”. Abramo non scelse quel giorno dopo molti secoli di esperimenti basati su tentativi ed errori. Infatti né lui né alcun altro della comitiva partita con lui dall’antica città di Ur dei Caldei era mai stato circonciso. Il giorno era stato scelto dal Creatore…».

Oltre alla questione concernente i tempi della circoncisione, si sono scoperti altri importanti benefici che quest’operazione apporta alla salute dell’uomo. È forse per questo motivo che, fin dall’antichità, numerose altre culture (specialmente quelle nordafricane) finirono con l’includere questa pratica tra le norme rituali.

Gli Egizi, ad esempio, la eseguivano come segno di affiliazione a Ra, il dio del Sole, che ritenevano avesse circonciso se stesso.

Al contrario, non si tratta soltanto di un rito o di una semplice tradizione per il mondo islamico, dove la circoncisione (indicata con il termine arabo Khitan) rappresenta un aspetto fondamentale e imprescindibile della fede, in quanto, seppur non esplicitamente richiesta dal Corano, viene consigliata dallo stesso Maometto nella Sunna*1, come una tappa con cui si introducono gli uomini al credo islamico e un segno di appartenenza alla vasta comunità musulmana (la Umma). Anche in questo caso, l’origine dell’insegnamento si fa risalire ad Abramo, che a novantanove anni si autocirconcise ed estese questo gesto alla sua famiglia. Nel Corano infatti è scritto: “Ti riveliamo di seguire con sincerità la religione di Abramo” (Sura delle Api, v.123). Ne segue che il credo del Patriarca vada abbracciato in tutti i suoi aspetti, inclusa la circoncisione. Ma c’è ancora un’altra motivazione per cui è opportuno che un buon musulmano attui questa pratica: nel momento in cui si presta all’atto della preghiera, un fedele ha l’obbligo di essere “puro”. A tal fine, prima di pregare, deve compiere un rito di abluzione. Malgrado ciò, nel prepuzio possono facilmente rintanarsi tracce di sporcizia. Questa dunque, nella tradizione musulmana, è considerata un’ottima ragione per eliminarlo chirurgicamente. La circoncisione islamica risulta quindi assai simile a quella ebraica, sebbene vi siano alcune differenze, tra cui, essenziale, il fatto che il periodo consigliato ai musulmani per eseguire l’intervento vada dai sette giorni di vita a subito prima della pubertà.

A prescindere dai precetti divini,  questa pratica chirurgica, che consiste nell’asportare una parte o la totalità del prepuzio del pene e in genere anche parte o tutto il frenulo, viene oggi applicata dalla medicina moderna al fine di risolvere numerosi disturbi. In tutte le parti del corpo, infatti, la pelle aderisce agli strati sottostanti, proteggendoli dall’eventuale infiltrazione di batteri; viceversa, nel caso del prepuzio, la pelle causa l’aumento della presenza di batteri, spore e funghi. Essa infatti non aderisce completamente al glande e il piccolo spazio presente all’estremità dell’organo genitale maschile consente l’infiltrazione di agenti infettivi. Questa zona calda, oscura e umida, risulta pertanto altamente esposta allo sviluppo di germi e malattie infettive. La rimozione del prepuzio consente dunque di mantenere sana e in buone condizioni igieniche questa delicata parte del corpo.
Tale tecnica viene inoltre attuata con lo scopo di porre rimedio ad alcune disfunzioni del pene, quali le fimosi (anomalie malformive congenite, per cui il prepuzio risulti abnormemente ristretto) o le balaniti (infiammazioni della testa del glande) e può essere praticata anche in alcuni casi di infezione delle vie urinarie e di cancro al pene.

Sempre più diffusa negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito (dove tutti i maschi della Casa Reale vengono sottoposti a questa operazione eseguita da un circoncisore ebreo detto mohèl*2), in questi paesi la circoncisione viene richiesta anche per motivi puramente estetici e sociali. Per alcuni uomini infatti la decisione non deriva da disturbi funzionali, ma dalla convinzione di provare maggior piacere sessuale e di poter risolvere i problemi di eiaculazione precoce.

Di recente, infine, due grandi ricerche condotte in Africa e pubblicate sul periodico inglese The Lancet*3 hanno fatto emergere una realtà stupefacente: le probabilità di venire contagiati dal virus HIV sono sei volte maggiori negli uomini non circoncisi rispetto a quelli che hanno subito l’intervento.

Insomma, sembra proprio che nel proporre il suo patto ad Abramo, il Creatore avesse i suoi buoni motivi…

Giulia Sonnino Mimun

*1 Termine che significa “costume” o “codice di comportamento”. Dopo il Corano, la sunna costituisce la seconda fonte della legge islamica, raccogliendo in sé gli atti e i detti del Profeta Maometto.

*2 Per citare un esempio il principe Carlo venne circonciso dal rabbino Jacob Snowman, mohèl ufficiale della Comunità Ebraica di Londra

*3 The Lancet, vol. 369, num.9562, pgg.617-619

PREGHIERE COME ANTIBIOTICI

27 Nov

L’influenza della fede sui percorsi di guarigione

al centro della ricerca scientifica

 

Preghiere, invocazioni, rituali, danze e sacrifici. Erano questi, secondo le credenze più antiche, i mezzi per ottenere dalla divinità la guarigione dalle malattie. Le convinzioni riguardo l’influenza delle azioni divine sul benessere degli uomini si perdono infatti nella notte dei tempi, ma per la scienza la questione è nata ufficialmente soltanto nel 1872, quando il luminare inglese Francis Galton indagò per primo sul potere terapeutico della preghiera, concludendo che le personalità per le quali gli altri invocavano più spesso la protezione divina (come sovrani, capi di Stato, Papi, etc.) vivevano più a lungo e, in generale, godevano di un migliore stato di salute.

Prima di lui, la questione del nesso tra preghiera e guarigione era stata affrontata soltanto da un punto di vista puramente trascendente: secondo la Cabala, ad esempio, tutte le malattie trovano la loro origine in un problema di natura spirituale. Esse cioè, attraverso il corpo, rappresentano la manifestazione esteriore di un disordine dell’anima. Da qui il “ruolo educativo” del malessere, che ha lo scopo di eliminare quanto di corrotto vi sia nell’intimo. Se in un soggetto comune la malattia svolge quindi una funzione purificativa, al contrario quando questa colpisce un uomo “giusto”, acquisisce un significato diverso: quello di espiare le colpe della sua generazione.

Il Sefer Yetzirà (il più importante libro sull’esoterismo ebraico) spiega che a ogni organo del corpo umano corrisponde un livello spirituale dell’anima. Risanando la radice interiore, si otterrà di conseguenza la guarigione dell’organo corrispondente. A tal proposito, non stupisce dunque che ebrei e cristiani considerino quello di recitare i Salmi (in ebraico Tehillim) un ottimo rimedio per invocare i poteri di guarigione della dimensione spirituale. Tra i centocinquanta inni composti da re David, quelli che si interessano di salute fisica sono tra i più numerosi e se ne trovano per ogni circostanza: vi sono canti per superare la debolezza, il dolore, la febbre, per prevenire un aborto, altri contro una malattia persistente, i disturbi al cuore, alla mano, alla gamba, all’orecchio, ai reni, altri ancora per sconfiggere la malaria, il male alla milza, il mal di pancia, il mal di mare ed esistono salmi da recitare persino per chi si è fratturato una mano, per non perdere la memoria  o per liberare le narici!

Insomma, come se si trovasse di fronte agli scaffali di una famacia, il credente può trovare la sua cura tra le pagine dei Libri Sacri. Ciò può sembrare paradossalmente “sacrilego” per i profani, eppure con il passare del tempo, travolti dall’ondata spiritualista degli anni ’70 e della New Age e grazie all’affermarsi di nuove discipline attente al rapporto mente-corpo, anche i luminari della scienza sono stati colti dall’interesse via via maggiore per gli effetti di un approccio spirituale alle malattie.

Il vero e proprio momento di svolta in tal senso arrivò nel 1991, anno in cui l’Office of Alternative Medicine (una commissione di medici incaricata dal Congresso degli Stati Uniti di indagare sulla validità delle terapie alternative) inserì alcune pratiche religiose e la meditazione tra i rimedi più efficaci per ottenere la guarigione. Ne seguirono decine e decine di studi sulle connessioni tra salute e preghiera, alcuni dei quali meritano senz’altro particolare attenzione.

In reatà già nel 1970 una rivista medica pubblicò un articolo intitolato “Church attendance and health” (Presenza in chiesa e salute), nel quale si sosteneva vi fosse un’importante relazione tra l’abitudine a frequentare luoghi di culto e lo stato di salute, precisando addirittura che chi si recava a messa ogni settimana rischiava di morire di una malattia coronarica il 50% in meno rispetto a chi non prendeva parte alla messa.

In seguito il National Institute of Health, il più importante centro di ricerca al mondo, gestito dal governo americano, ha finanziato la creazione di una struttura interamente dedicata agli studi sulle relazione tra medicina e spiritualità, il Nccam. Fu proprio questo istituto che, nel 1998, effettuò una ricerca dalla quale emerse che i soggetti che pregavanono abitualmente, frequentavano luoghi di culto e leggevano testi sacri con regolarità presentavano livelli di pressione sanguigna notevolmente più bassi di chi, al contrario, non era praticante.

Un altro recente studio, condotto al General Hospital di San Francisco dal cardiologo Randolph Byrd e pubblicato nel 2006 dalla rivista The Lancet, si è occupato dell’impatto della preghiera sul percorso di guarigione di pazienti con gravi problemi cardiaci, per alcuni dei quali era stato chiesto ad alcuni gruppi di preghiera di invocare l’intercessione divina.  Nell’ambito dell’analisi è emerso che i malati per i quali si era chiesta la benedizione celeste mostravano condizioni di salute nettamente migliori rispetto al resto dei pazienti.

Infine una ricerca condotta dall’American Academy of Family Physicians ha fatto emergere un dato sconcertante: il 99% dei medici di famiglia americani pensa che avere fede possa comportare effetti benefici sul percorso di guarigione. Il sondaggio, ancor più stupefacente se si pensa che a esprimere il loro parere siano stati dei camici bianchi, testimonia ancora una volta l’interesse crescente intorno all’argomento, divenuto talmente stimolante che sono ormai sempre più numerose le facoltà di medicina americane che inseriscono nel loro programma di studi corsi sui temi della connessione tra spiritualità e salute*1

Secondo Herbert Benson, cardiologo e docente di medicina ad Harvard, nonché padre della Prayer therapy, tutta la faccenda sarebbe soltanto questione di relax. Come per la meditazione infatti, la preghiera interverrebbe sugli stessi meccanismi biochimici del rilasssamneto, influenzando i cosiddetti “ormoni dello stress” e, di conseguenza, provocando l’abbassamento della pressione sanguigna nonché il rallentamento del ritmo cardiaco (con i benefici che ne derivano). Emblematiche le parole di Benson: “La preghiera è come la penicellina: seguite la cura e funzionerà”. Resta comunque fondamentale precisare che non si tratta di sostituire gli antibiotici con un brano estratto dai Testi Sacri; la preghiera dovrebbe piuttosto affiancare la medicina tradizionale, che purtroppo ancora troppo spesso tende a rifiutarne gli evidenti benefici… “Nella nostra epoca l’uomo ha perso ideologicamente la strada – sosteneva Sir John Eccles (Nobel per la neurofisiologia nel 1963) – La scienza si è spinta troppo oltre nel distruggere la fiducia dell’uomo nella sua grandezza spirituale”.

 

Proseguendo con le citazioni, Giovenale asseriva “Mens sana in corpore sano”. Forse oggi, alla luce dei risultati ottenuti, potremmo ribaltare la massima del retore romano e affermare che, per aver sane le facoltà del corpo, bisogna prima di tutto aver sane quelle dell’anima. E per farlo poco importa che si leggano i passi della Bibbia, del Corano, si reciti un rosario o un mantra tibetano…

Giulia Sonnino Mimun

*1In Italia un esperimento in tal senso è stato fatto durante lo scorso anno accademico dall’Università degli Studi di Siena, che aveva inserito nella sua proposta didattica un master di I livello in “Medicine dell’anima”.