GLI AMICI SI SCELGONO, I COLLEGHI NO!

13 Dic

Sono tante le occasioni di attrito

che minano il benessere dei lavoratori;

qualche  consiglio per cavarsela in ufficio


            Non si vive di solo stipendio!

Strano a dirsi, ma per i lavoratori italiani ciò che più conta in ufficio non è quello che si riceve in busta paga a fine mese, bensì la qualità delle relazioni interpersonali che si riescono a instaurare con i colleghi e con il capo. Il benessere sul lavoro, infatti, è determinato da una serie complessa di fattori: economici, organizzativi, ambientali, sociali, ma, stando alle statistiche, soprattutto relazionali. Un’azienda, se da un lato è costituita da beni e competenze tecniche, dall’altro si appoggia sull’elemento umano; ciò rende sempre più rilevante l’attenzione al benessere dei dipendenti, in quanto la serenità dei rapporti sociali ne influenza direttamente la salute e la qualità della vita, riflettendosi anche sull’efficienza nel conseguimento degli obiettivi d’impresa.

Instaurare legami di amicizia in ufficio è una vera fortuna, ma, purtroppo non sempre è la norma. Più spesso infatti la vita tra le scrivanie è caratterizzata da individualismo, sfiducia e competizione. Secondo un’indagine Eurofound, gli italiani sarebbero infatti agli ultimi posti tra i paesi europei per livello di cooperazione sul lavoro: soltanto un impiegato su due ha la possibilità di chiedere aiuto ai colleghi e ancor meno sono i fortunati che possono permettersi di rivolgere i propri quesiti al diretto superiore. Alla luce di ciò, non sorprende il fatto che nel Belpaese sia davvero poco diffuso il lavoro di gruppo; se infatti nel resto del Vecchio Continente oltre la metà dei lavoratori opera costantemente in team, da noi ciò avviene soltanto nel 39% dei casi.

Faccia poi un passo in avanti chi non resiste al minimo spiffero e ha un collega che, anche in pieno inverno, tiene l’aria condizionata al massimo o chi, al contrario, non sopporta il caldo e il suo vicino di scrivania è un gran freddoloso… I motivi di tensione all’interno di un ambiente lavorativo sono davvero numerosi e spesso sono sufficienti banali scaramucce a rendere elettrica l’atmosfera. Conflitti, malintesi, litigi, rivalità: le occasioni di attrito sono le più varie, ma, per trovare la soluzione adatta a superare ciascuna di esse, è opportuno innanzitutto  individuare le vere cause che vi si celano dietro.

Alla base di ogni dissapore infatti, è possibile distinguere tre categorie di fattori: può trattarsi di conflitti generazionali, di personalità o di interesse. Nel primo caso, capita sempre più frequentemente che all’interno dell’impresa gli impiegati più giovani si scontrino con i più anziani: se i primi considerano arcaici i metodi di chi ha qualche anno di più, questi ultimi giudicano troppo audace il modo di agire dei novellini. Da queste posizioni è facile che scaturiscano incomprensioni, rifiuto di adattarsi e rimessa in discussione delle reciproche competenze. Si tratta tuttavia di controversie facili da risolvere semplicemente usando un po’ di buona volontà: riconoscendo le proprie lacune, da una parte e dall’altra, è infatti possibile riaprire il dialogo e magari imparare a considerare in modo positivo le differenze: non più retrogradi contro avventati, ma esperti insieme ad avanguardisti.

Nella circostanza in cui i conflitti siano legati alla personalità dei singoli, è bene tenere a mente che non sempre è possibile piacere a tutti. Caratteri, background culturale e filosofie di vita differenti sono effettivamente fattori che possono facilmente accendere gli animi, ma si può risolvere il problema adottando una strategia di elusione: con un po’ di abilità si può infatti imparare a evitare accuratamente gli argomenti “problematici” e, qualora ciò non fosse possibile, è importante esprimere le proprie idee cercando sempre di rispettare quelle degli altri e, soprattutto, con educazione. Essere educati (e pretendere che gli altri lo siano con noi) è la prima regola per andare d’accordo.

Vi sono infine i cosiddetti conflitti “d’interesse”: lotte di potere intestine all’azienda che possono riguardare un aumento di stipendio, una promozione o semplicemente il volersi mettere in bella mostra di fronte al capo. Talvolta questa competizione è addirittura stimolata dalle stesse aziende al fine di ottenere da ciascuno i migliori risultati, senza rendersi conto che, così facendo, gettano le basi per la rovina del clima generale e, conseguentemente, dei risultati finali. In questi casi è necessario fare chiarezza e stabilire, una volta per tutte, i confini del territorio spettante a ciascuno.

Insomma, sembra che gli open space e le dichiarazioni di intenti spese da qualche manager per stimolare la cooperazione non servano a molto. A volte la tentazione di rispondere per le rime alle provocazioni è davvero forte; eppure un’escalation di violenza avrebbe il solo risultato di avvelenare ulteriormente situazioni già tese di per sé; senza considerare inoltre che le arrabbiature fanno soltanto male alla salute, aumentando considerevolmente lo stress di chi ci si imbatte.

Le aziende sono dunque chiamate a un importante investimento formativo nelle competenze trasversali dei propri dipendenti, mirando in primo luogo a migliorarne le abilità di comunicazione, nonché le capacità nel gestire situazioni difficili e lavorare in gruppo.

Sono proprio i rapporti interpersonali a colorare la giornata lavorativa del singolo impiegato ed è ciò che traspare all’esterno, nelle relazioni con i clienti, con i fornitori e con gli utenti; migliorarne la qualità, quindi, significa migliorare il benessere psicologico di ciascun lavoratore e, di conseguenza, la sua performance e la soddisfazione nel conseguimento degli obiettivi aziendali.

Giulia Sonnino Mimun

IN QUEI GIORNI… STOP AL SESSO!

1 Dic

Dai testi sacri insegnamenti preziosi

per la salute della donna

È scritto nella Bibbia: “Se una donna avrà un flusso che sia di sangue proveniente dai suoi genitali, ella dovrà rimanere distaccata dal contatto con il marito per sette giorni a causa del suo stato di impurità mestruale”. E ancora: “Ma se sarà guarita dal suo flusso, conterà sette giorni e dopo il bagno rituale sarà pura” (Levitico, 15, vv.19, 28). In virtù dell’immenso valore spirituale di cui sono portatori, i precetti racchiusi in questi versi costituiscono senza dubbio uno dei pilastri fondamentali dell’ebraismo, ossia le leggi della “purità familiare”. Molto brevemente, esse si possono riassumere nella seguente maniera: al termine del ciclo mestruale la donna effettua un controllo accurato delle parti intime per accertarsi che non sia presente alcuna traccia di sangue. Lascia poi trascorrere altri sette giorni (detti “giorni bianchi”) durante i quali verifica l’assenza di residui o tracce di sangue. Infine, al termine di questa settimana, si immerge nel mikvè, il bagno rituale, ossia una particolare vasca costruita in base a norme dettate dalla legge ebraica. A partire dall’inizio delle mestruazioni e fino all’avvenuta immersione nel mikvé, a marito e moglie è dunque proibito avere rapporti intimi.
Ma gli sposi di Israele non sono gli unici a doversi astenere dal sesso durante il ciclo mestruale. Anche l’Islam infatti pone un divieto simile. Il Corano dice: “Ti chiederanno dei mestrui. Di’: Sono un’impurità. Non accostatevi alle vostre spose durante i mestrui e non avvicinatele prima che il sangue finisca e non si siano purificate. Quando poi si saranno purificate, avvicinatele come Allah vi ha comandato” (Sura al-Baqara, II, v.222).
Nei secoli pre-Cristiani il tabù del sesso durante le mestruazioni era comune anche a molte civiltà antiche, per le quali, non solo le donne erano considerate esseri “impuri” nel corso di questi periodi, ma correvano il pericolo di trasmettere ad altri la loro impurità, come testimonia Plinio il Vecchio nel suo Naturalis historia.  Nessuna meraviglia dunque se i Padri Latini del IV-V secolo reintrodussero questa linea di pensiero anche nella morale cristiana.

Ma tornando ai dettami del Vecchio Testamento, i precetti sulla purità familiare dettati a Mosè  quasi quattromila anni fa possono parere alquanto eccentrici o arcaici agli occhi di chi stenta a coglierne il valore. Oggi, tuttavia, anche gli scienziati riconoscono che queste leggi affondano le loro radici in una conoscenza approfondita dell’anatomia umana. Soltanto nel corso degli ultimi decenni, e grazie all’impiego di strumenti sofisticati messi a disposizione dall’odierna tecnologia, tale sapere è stato rivelato anche dalla scienza. Di recente si è inoltre scoperto che tali prescrizioni sono in grado di offrire soluzioni efficaci a determinati problemi di salute o relazionali che colpiscono molte coppie: le norme concernenti questo importante precetto – ammettono gli studiosi – sono state dettate in base a nozioni approfondite nel campo medico, in quello psico-ormonale nonché in quello sociale, nell’ambito dei rapporti di coppia.

Dal punto di vista cronologico vi è  una precisa corrispondenza fra la tradizione ebraica e la scienza medica nell’ambito delle tre fasi che suddividono il ciclo mestruale della donna. Nella prima fase la membrana mucosa che riveste le pareti interne dell’utero si scolla e si rompe, causando la perdita sanguigna. Nella seconda fase, l’utero ricrea la mucosa distrutta, preparandosi ad accogliere e nutrire il feto. Grazie a moderni strumenti di ricerca, la scienza è giunta alla conclusione che il processo di creazione della nuova mucosa copre un periodo di sette giorni esatti a partire dal termine della mestruazione. In seguito a ricerche condotte nell’ultimo decennio nel campo del tumore uterino, venne alla luce anche il fatto che, fino alla conclusione di questa fase, l’utero acquisisce una consistenza spugnosa, rischiando di assorbire batteri estremamente pericolosi provenienti dall’esterno e aumentando così i rischi di contrarre gravi patologie. La separazione della coppia durante i giorni prescritti consente dunque di evitare malattie alle quali le donne sarebbero invece esposte in caso di rapporti sessuali.

Sono numerosi i dettagli e le ripercussioni dei precetti concernenti la purità familiare sui quali ci si potrebbe ancora soffermare, ma mi limito di seguito a discutere della terza fase: quella dell’ovulazione, in cui la cellula denominata ovulo, che dovrebbe trasformarsi in feto, si stacca dall’ovaia. Il momento in cui avviene l’ovulazione corrisponde esattamente al termine della formazione della mucosa uterina (la cui funzione sarebbe quella di accogliere il concepito e nutrirlo). Ne emerge un fatto degno di nota: il giorno dell’immersione nel mikvé, in cui marito e moglie ritrovano l’intimità provvisoriamente abbandonata, è anche il giorno ottimale per il concepimento. Circostanza ben conosciuta dagli antichi saggi, che nel Talmud* la menzionarono in questi termini: “La donna può concepire soltanto in prossimità dell’immersione”.

Ancora da un passo del Talmud è dato un ultimo spunto alla nostra riflessione: “Per quale motivo la Bibbia dice che il periodo di impurità mestruale dura sette giorni?”. “Perché il marito si abituerebbe troppo a lei e se ne stancherebbe”. Queste parole gettano nuova luce sugli aspetti psicologici della purità familiare, fornendo un importante contributo alla riflessione per chi vorrebbe risolvere i complessi problemi che al giorno d’oggi colpiscono numerose coppie: la noia, il disinteresse e i sentimenti di estraniazione che spesso creano profonde fratture nella vita coniugale.

Giulia Sonnino

 

*Testo sacro dell’ebraismo contenente le discussioni avvenute fino al II secolo d.c. tra gli antichi sapienti circa i significati e le applicazioni dei passi del Pentateuco.

TARTINE, CHAMPAGNE E … BOTOX: CHE LA FESTA ABBIA INIZIO!

30 Nov

Quando un party amichevole si trasforma in una seduta di chirurgia estetica

Metti una serata tra amici: immagina un salotto della “Roma-bene”, un carezzevole sottofondo musicale, l’illiminazione tenue, del buon vino, qualche stuzzichino… Metti una seduta dal chirurgo estetico: fialette di botulino, siringhe, anestetici, tamponi, cortisone, atropina e un po’ d’ovatta… Addiziona, ed ecco che ti ritrovi a un Botox party!
Si tratta dell’ultima stravaganza metropolitana, arrivata nella capitale direttamente da Los Angeles e che, come una nuova tendenza modaiola, sta conquistando gli ambienti più frivoli della buona società. In pratica altro non è che un rendez-vous con rinfresco, organizzato in un ambiente salottiero e in un clima informale, in cui si riuniscono molti amici, tutti con lo stesso gruccio: le rughe.

Tra una tartina al caviale  e un bicchiere di champagne, un intraprendente chirurgo illustra ai presenti i vantaggi che la tossina botulinica può apportare a un viso non più giovane, spazzando via i segni d’espressione inflitti dal tempo e causati proprio dalla contrazione dei muscoli mimici.  Solleticati dall’idea di dire addio alle sgradevoli rughe e zampe di gallina, gli invitati attendono con ansia l’ingresso dell’ospite d’onore; e finalmente eccolo che arriva: è il botox!

Cocktail in mano, i partecipanti si avvicinano alla “postazione medica”, dove si trova il divano, sul quale, uno a uno, si adagiano come fosse un lettino da visita. Il chirurgo, anestesista al seguito, procede allora con il ritocco: due punturine nei punti più critici, un po’ d’ovatta per tamponare qualche goccia di sangue e… la ruga è andata. Almeno per qualche mese. Intanto tutt’intorno si continua a ridere, a chiacchierare, a bere e ci si prenota per il prossimo giro! A fine serata gli “ospiti-pazienti”, ormai ridotti a una serie di facce mummificate, salutano soddisfatti il padrone di casa e, cosa non da poco, agguantano il biglietto da visita del chirurgo senza dover tirare fuori un solo euro. La serata infatti è una sorta di dimostrazione da parte del medico, il quale (visto l’effetto provvisorio dell’infiltrazione di botox) spera di ripetere l’operazione sul paziente trattato durante la festa qualche mese dopo nel suo studio…dove, naturalmente, il conto non sarà altrettanto leggero.

Se per un verso si può etichettare la faccenda semplicemente come l’ennesima frivolezza dell’alta società capitolina, d’altra parte  è importante mettere in guardia sui danni che una simile leggerezza può comportare. Numerosi esperti di medicina estetica, infatti, condannano duramente questo tipo di evento mondano, in quanto, a parte il vantaggio di un ambiente informale e del supporto psicologico di gruppo, sono troppi i rischi nei quali il paziente può incorrere; e neppure il risparmio economico della prima seduta può giustificare una tale superficialità. In primis c’è il pericolo che le inoculazioni non vengano eseguite correttamente: con il paziente sdariato su un divano e il chirurgo in ginocchio al suo fianco, è facile che si possano commettere delle imprecisioni. Non va poi sottovalutato il rischio di contrarre infezioni: un salotto, per quanto elegante e tirato a lucido, non sarà mai quell’ambiente asettico e igienicamente attrezzato adatto per un intervento medico. I pericoli di questa procedura inoltre non risparmiano nemmeno lo stesso chirurgo: spesso infatti, vista la mondanità dell’evento, al paziente non viene richiesto di firmare alcun consenso informato al trattamento; e, anche qalora questa formalità venisse espletata, in caso di controversie, il paziente potrebbe sostenere di aver firmato sotto l’effetto di qualche bicchiere di troppo o spinto dall’entusiasmo di gruppo. Le assicurazioni professionali infine potrebbero non coprire eventuali danni provocati da interventi svolti al di fuori delle strutture qualificate.

Nell’epoca dei lunch e dei brunch, degli appetizer e dei party modaioli, dei drink e degli after dinner, non è comunque concesso lasciare spazio all’approssimazione: e se il medico si presenta a casa con il botulino come fosse una bottiglia di vino (della serie “No botox no party!”), ditegli che avreste preferito  un bel mazzo di fiori!

Giulia Sonnino

SCAGIONATE LE BUGIE DEI BAMBINI: SERVONO A SVILUPPARE L’INGEGNO

29 Nov

Da una ricerca canadese emerge che i piccoli raccontaballe siano in realtà piccoli geni

Una volta per insegnare ai bambini a essere sinceri, li si minacciava con questa vecchia storia: «Se racconti bugie ti si allungherà il naso come pinocchio e ti cresceranno le orecchie da asino!» …Roba da nonne! Oggi infatti il monito risulterebbe più o meno così: « Se racconti bugie… farai carriera! ».
Eh già, sembra proprio il mondo alla rovescia di una fiaba; eppure non si tratta affatto di fantasia, anzi, è il risultato emerso da un’accreditata ricerca canadese, condotta dalla Toronto University e pubblicata sul sito della BBC. L’indagine, diretta dal dottor Kang Lee, ha valutato il comportamento di 1200 bambini e adolescenti, di età compresa tra i due e i diciassette anni: alle spalle di ogni ragazzino, chiuso in una stanza e lasciato solo, è stato collocato un giocattolo, chiedendo al piccolo di non voltarsi a guardarlo. Spiato da una telecamera nascosta, ne è stato possibile osservare i movimenti e, quando in seguito, si è domandato a ciascuno di loro se si fosse voltato a guardare il gioco, si è potuta confrontare la veridicità delle risposte con le registrazioni effettuate dalla telecamera. Ne è emerso che già a due anni i più furbetti (pari al 20% del campione) iniziano a raccontare frottole, mentre a quattro ben il 90% ha preso questo vizietto. Ma il vero exploit si ha alle soglie dell’adolescenza: a dodici anni infatti si è dei veri imbroglioni!
I genitori però non devono allarmarsi se il loro figlio è un po’ Pinocchio. Sembra infatti che le bugie dei bambini siano del tutto normali e non vadano assolutamente paragonate a quelle (meno candide) degli adulti. “Nei ragazzini le bugie sono un modo per imparare a ragionare e argomentare – spiega lo stesso dottor Kang Lee – e hanno tutt’altra valenza rispetto alle bugie dei grandi. Imparare a bluffare corrisponde a un’evoluzione del pensiero e non ha alcuna correlazione con la propensione degli adulti a truffare, che – conclude – nasce dal mancato riconoscimento dell’onestà come valore morale”. Inoltre lo studio evidenzia che più il bimbo è piccolo quando inizia a dire le prime frottole e maggiori sono le probabilità che da grande diventi particolarmente brillante. Questa teoria si basa sul fatto che, iniziando a sviluppare il senso di inventare bugie fin dai periodi cognitivi neonatali, il bambino ha già messo in moto il suo “processo di elaborazione”, ossia l’insieme dei concetti fondamentali che, interagendo fra loro, rappresentano la prima bozza di quella che sarà la sua intelligenza futura una volta divenuto adulto. Per raccontare una menzogna e tenerla in piedi, infatti, c’è bisogno di uno sforzo intellettivo non indifferente: bisogna darle forma in modo che sia credibile, bisogna ricordare come e a chi la si è detta, in modo da non essere scoperti; insomma, mentire richiede una certa abilità, che può essere interpretata come il segnale di uno sviluppo cognitivo che sta andando a gonfie vele!
Secondo il responsabile della ricerca, queste piccole canaglie sarebbero in realtà “intelligentoni che crescono” e soprattutto destinati a far carriera velocemente e in maniera brillante.
Insomma, se dopo aver distrutto con il pallone il pregiatissimo vaso cinese appartenuto ai bisnonni, vostro figlio vi guarda beffardo esclamando “Non sono stato io!”, è sottinteso che non dobbiate rinunciare a rimproverarlo, spiegandogli che non è bene raccontare frottole, ma almeno dentro di voi, da oggi, avete un motivo per essere anche un po’ orgogliosi delle fandonie che vi racconta: più che far crescere il naso, ora lo sapete, le bugie fanno crescere il cervello e, a quanto pare, il vostro piccolo Pinocchio da grande indosserà i panni di un banchiere o di un politico di successo… alla faccia delle prediche del Grillo Parlante!

Giulia Sonnino Mimun

LE INSIDIE DELLA PAUSA PRANZO

28 Nov

“A pranzo un panino al volo e adesso non ci vedo più dalla fame!”:

non è uno spot, ma la realtà degli uffici italiani


 

C’era una volta il padre di famiglia che rientrava a casa per il pranzo; c’erano i figli che tornavano da scuola e la moglie che li aspettava  per mettere i piatti in tavola e mangiare tutti assieme; e c’era una volta anche la famosa “pennichella”, l’abitudine di schiacciare un pisolino dopo mangiato, per ricaricare le energie prima di tornare al lavoro…

Oggi gli stili di vita sono radicalmente cambiati: molte donne lavorano, la scuola è diventata a tempo pieno e  i ritmi sono sempre più frenetici, specialmente nei grandi centri urbani, dove ormai, visti i ridotti intervalli di tempo libero, si è affermata l’abitudine di consumare il pasto fuori casa, vicino o addirittura sul posto di lavoro.

Può trattarsi di uno snack veloce alla scrivania, per non perdere tempo, o al contrario di un pranzo succulento al ristorante, per “staccare un po’ la spina”. Fatto sta che la sosta della pausa pranzo si trasforma spesso in un vero e proprio attentato alla nostra salute: una carenza di elementi nutrizionali o squilibri ed eccessi calorici possono infatti mettere a rischio il nostro benessere, aumentando il richio di insorgenza di alcune malattie metaboliche e degenerative.

Bar, mense, trattorie, fast food offrono ormai molte alternative, ma, per evitare pericolosi errori dietetici, bisogna stare attenti e saper scegliere. È sempre più diffusa la cattiva abitudine di saltare la colazione e sostituirla con due, tre caffè nell’arco della mattinata: nulla di più sbagliato! Il risultato infatti è quello di arrivare al momento del pranzo letteralmente affamati, rischiando così di scegliere pietanze ipercaloriche, come primi piatti elaborati, fritti e dolci al posto della frutta. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che il tempo a disposizione è sempre molto scarso (variando mediamente da quaranta minuti a un’ora) e che si torna immediatamente dopo a svolgere lavori sedentari, ecco che la digestione diviene particolarmente laboriosa e può facilmente provocare sonnolenza, gonfiore e bruciore di stomaco.

Talvolta però l’intervallo è talmente breve da non consentire neppure di mettersi a tavola per consumare un pasto completo. Ecco dunque che il panino del bar si trasforma nel protagonista indiscusso dei nostri pranzi. È importante quindi sceglierlo con accuratezza: no a focacce e pani conditi, bandite salse e farciture eccessivamente grasse (come salumi e formaggi); meglio preferire panini semplici e integrali, imbottiti con verdure grigliate o carne magra (come tacchino e bresaola). Al bar poi una valida alternativa può essere rappresentata dalle insalatone miste preconfezionate, che apportano fibre alimentari, vitamine e minerali. Attenzione però a evitare eccesivi mix iperproteici.

C’è poi chi il panino decide di mangiarlo frettolosamente davanti al computer o comunque seduto alla scrivania, per non rischiare di perdere tempo e concentrazione. A descrivere sinteticamente questa brutta moda degli ultimi anni, come spesso avviene, ci hanno pensato gli americani: si chiama “desk-eating” e si tratta di un’abitudine alimentare asollutamente malsana. I fabbisogni dell’organismo trovano infatti soltanto una soddisfazione momentanea, ma nel giro di pochissimo tempo, la fame torna a farsi sentire, traducendosi in un continuo spizzicare durante tutto il pomeriggio. Tra l’altro chi sceglie di mangiare alla scrivania, si accontenta spesso di consumare gli snack comprati al distributore automatico, saturi di conservanti, additivi, coloranti, che, oltre alla linea, possono rivelarsi nocivi anche per la salute. Lavorare col boccone in bocca, infine, può compromettere e rendere più difficoltosa la digestione, proprio a causa dell’ansia e della fretta che si hanno nel consumare il pasto. Godersi con calma l’intervallo, quindi, è sacrosanto!

Negli ultimi anni, poi, sta tornando in auge anche un vecchio must: la cosiddetta  “schiscetta”, ovvero il pranzo preparato a casa e conservato in piccoli contenitori da portare con sé a lavoro. Secondo uno studio del magazine enogastronomico Alice Cucina, oltre la metà dei dipendenti degli uffici italiani sceglie questa opzizone per conciliare dieta e risparmio. Si tratta di un retaggio operaio di padri e nonni che torna a imporsi prepotentemente come uno stile di vita, oltre che un’alternativa ai costosi ristoranti e ai poco salutari fast food.

Un panino con le verdure grigliate, un’insalata leggera, una pasta fredda, una frittatina; e se poi in ufficio si ha a disposizione un microonde – in alternativa esistono anche moderni scaldavivande usb da connettere alla presa del computer -, è possibile sbizzarrirsi a riscaldare paste, carni e verdure, ampliando riccamente la gamma dei possibili abbinamenti, a tutto vantaggio della propria salute. Anche in questo caso però è fortemente sconsigliato consumare il pasto alla scrivania: telefono e mail, infatti, non devono interrompere la pausa pranzo; bisogna invece concentrarsi su ciò che si sta mangiando, apprezzando appieno il gusto delle pietanze.

C’è, infine, chi (specialmente tra le donne) durante la giornata lavorativa non  mangia nulla o quasi: anche in questo caso si tratta di un comportamento deprecabile, data l’importanza della pausa pranzo, fondamentale per soddisfare l’appetito e ricaricare l’organismo dopo la mattinata lavorativa.

Per scegliere in modo sano ed equilibrato cosa mettere nello stomaco quando si è in ufficio, la regola d’oro è: “Non essere mai digiuni e mai completamente pieni”: quindi via libera a pranzi leggeri, preferibilmente a base di carboidrati, con pochi grassi, assolutamente senza alcol  e, soprattutto, da consumare con calma e seduti…con una certa comodità!

Giulia Sonnino Mimun

 

LA CIRCONCISIONE, NON SOLO QUESTIONE DI FEDE

28 Nov

Da Abramo ai giorni d’oggi, una pratica sempre più frequente

Quello della circoncisione, in ebraico brit milà (lett. “patto della circoncisione”), rientra indubbiamente tra i precetti più noti dell’ebraismo. Nel Vecchio Testamento il Signore ordina esplicitamente, e senza lasciare spazio a equivoci, di effettuare questa prassi proprio all’ottavo giorno. Non un giorno prima né uno dopo: “All’età di otto giorni ogni maschio tra di voi, per le vostre generazioni, dovrà essere circonciso” (Genesi, 17, v.12). E ancora “All’ottavo giorno si circonciderà la carne del prepuzio del bambino” (Levitico, 12, v.3).

A tal proposito, rimane opportuno soffermarsi su alcune sorprendenti scoperte scientifiche riguardo ai mutamenti fisiologici che si verificano proprio all’ottavo giorno di vita del neonato.

Il sistema di coagulazione dipende da alcuni tipi di proteine (le piastrine) prodotte dal fegato. Queste sostanze operano in sequenza, con l’ausilio di enzimi, fino alla formazione di un grumo stabile detto “fibrina”. Nei primi giorni successivi alla nascita, il fegato non è sufficientemente sviluppato per compiere le funzioni descritte; pertanto qualunque operazione chirurgica eseguita in quel periodo su un neonato sottoporrebbe il bambino al rischio di grave emorragia. È importante precisare che alcuni ricercatori, tra cui il dr. Armand James Quick (fisico e fisiologo americano vissuto nel Wisconsin tra il 1894 e il 1978), rimasero molto colpiti dal nesso esistente fra lo sviluppo delle facoltà del corpo umano di interrompere sanguinamenti ed emorragie e la collocazione nel tempo del brit milà.

Nei suoi scritti il dr. Quick, inventore dell’omonimo test (definito anche “tempo di protrombina”), fa notare come nel corso dei primi giorni di vita la quantità di sostanze coagulanti nel sangue sia limitata e, di conseguenza, anche il più piccolo taglio possa rappresentare un serio pericolo per la vita del bambino; mentre, a partire dall’ottavo giorno, la capacità del sangue di coagularsi aumenti vertiginosamente. “Non è un caso – affermò Quick – che la religione di Mosè richieda che il rituale della circoncisione avvenga all’ottavo giorno”.

Nel giugno del 2000 fu pubblicata la ristampa aggiornata del bestseller americano “None of these diseases” (Nessuna malattia), del dr. McMillen. Nel saggio l’autore giunge alle medesime conclusioni, precisando che, subito dopo la nascita, il corpo di un neonato non dispone ancora delle facoltà di interrompere da sé il flusso sanguigno, mentre, a partire proprio dall’ottavo giorno, la protrombina raggiunge il livello medio del cento per cento. Immediatamente prima di questo momento, il contenuto degli elementi coagulanti aumenta rapidamente, per elevarsi fino al centodieci per cento esattamente nell’ottavo giorno. In altri termini è esattamente nel momento prescritto per il brit milà che le sostanze coagulanti raggiungono i livelli massimi, di molto superiori rispetto al tasso che accompagnerà l’individuo medio per il resto dei suoi giorni. «Dovremmo encomiare le centinaia di ricercatori che, per lunghi anni, hanno lavorato a gran prezzo per  scoprire che il giorno che offre le migliori garanzie di sicurezza per eseguire una circoncisione è l’ottavo. Tuttavia – puntualizza nel suo trattato il dr. McMillen – pur riconoscendo alla scienza medica i suoi meriti per questa recente scoperta, ci sembra quasi di sentire il fruscio delle pagine della Bibbia, a ricordarci che, quattromila anni fa, nell’iniziare la pratica della circoncisione con Abramo, il Signore disse: “All’età di otto giorni ogni maschio sarà circonciso”. Abramo non scelse quel giorno dopo molti secoli di esperimenti basati su tentativi ed errori. Infatti né lui né alcun altro della comitiva partita con lui dall’antica città di Ur dei Caldei era mai stato circonciso. Il giorno era stato scelto dal Creatore…».

Oltre alla questione concernente i tempi della circoncisione, si sono scoperti altri importanti benefici che quest’operazione apporta alla salute dell’uomo. È forse per questo motivo che, fin dall’antichità, numerose altre culture (specialmente quelle nordafricane) finirono con l’includere questa pratica tra le norme rituali.

Gli Egizi, ad esempio, la eseguivano come segno di affiliazione a Ra, il dio del Sole, che ritenevano avesse circonciso se stesso.

Al contrario, non si tratta soltanto di un rito o di una semplice tradizione per il mondo islamico, dove la circoncisione (indicata con il termine arabo Khitan) rappresenta un aspetto fondamentale e imprescindibile della fede, in quanto, seppur non esplicitamente richiesta dal Corano, viene consigliata dallo stesso Maometto nella Sunna*1, come una tappa con cui si introducono gli uomini al credo islamico e un segno di appartenenza alla vasta comunità musulmana (la Umma). Anche in questo caso, l’origine dell’insegnamento si fa risalire ad Abramo, che a novantanove anni si autocirconcise ed estese questo gesto alla sua famiglia. Nel Corano infatti è scritto: “Ti riveliamo di seguire con sincerità la religione di Abramo” (Sura delle Api, v.123). Ne segue che il credo del Patriarca vada abbracciato in tutti i suoi aspetti, inclusa la circoncisione. Ma c’è ancora un’altra motivazione per cui è opportuno che un buon musulmano attui questa pratica: nel momento in cui si presta all’atto della preghiera, un fedele ha l’obbligo di essere “puro”. A tal fine, prima di pregare, deve compiere un rito di abluzione. Malgrado ciò, nel prepuzio possono facilmente rintanarsi tracce di sporcizia. Questa dunque, nella tradizione musulmana, è considerata un’ottima ragione per eliminarlo chirurgicamente. La circoncisione islamica risulta quindi assai simile a quella ebraica, sebbene vi siano alcune differenze, tra cui, essenziale, il fatto che il periodo consigliato ai musulmani per eseguire l’intervento vada dai sette giorni di vita a subito prima della pubertà.

A prescindere dai precetti divini,  questa pratica chirurgica, che consiste nell’asportare una parte o la totalità del prepuzio del pene e in genere anche parte o tutto il frenulo, viene oggi applicata dalla medicina moderna al fine di risolvere numerosi disturbi. In tutte le parti del corpo, infatti, la pelle aderisce agli strati sottostanti, proteggendoli dall’eventuale infiltrazione di batteri; viceversa, nel caso del prepuzio, la pelle causa l’aumento della presenza di batteri, spore e funghi. Essa infatti non aderisce completamente al glande e il piccolo spazio presente all’estremità dell’organo genitale maschile consente l’infiltrazione di agenti infettivi. Questa zona calda, oscura e umida, risulta pertanto altamente esposta allo sviluppo di germi e malattie infettive. La rimozione del prepuzio consente dunque di mantenere sana e in buone condizioni igieniche questa delicata parte del corpo.
Tale tecnica viene inoltre attuata con lo scopo di porre rimedio ad alcune disfunzioni del pene, quali le fimosi (anomalie malformive congenite, per cui il prepuzio risulti abnormemente ristretto) o le balaniti (infiammazioni della testa del glande) e può essere praticata anche in alcuni casi di infezione delle vie urinarie e di cancro al pene.

Sempre più diffusa negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito (dove tutti i maschi della Casa Reale vengono sottoposti a questa operazione eseguita da un circoncisore ebreo detto mohèl*2), in questi paesi la circoncisione viene richiesta anche per motivi puramente estetici e sociali. Per alcuni uomini infatti la decisione non deriva da disturbi funzionali, ma dalla convinzione di provare maggior piacere sessuale e di poter risolvere i problemi di eiaculazione precoce.

Di recente, infine, due grandi ricerche condotte in Africa e pubblicate sul periodico inglese The Lancet*3 hanno fatto emergere una realtà stupefacente: le probabilità di venire contagiati dal virus HIV sono sei volte maggiori negli uomini non circoncisi rispetto a quelli che hanno subito l’intervento.

Insomma, sembra proprio che nel proporre il suo patto ad Abramo, il Creatore avesse i suoi buoni motivi…

Giulia Sonnino Mimun

*1 Termine che significa “costume” o “codice di comportamento”. Dopo il Corano, la sunna costituisce la seconda fonte della legge islamica, raccogliendo in sé gli atti e i detti del Profeta Maometto.

*2 Per citare un esempio il principe Carlo venne circonciso dal rabbino Jacob Snowman, mohèl ufficiale della Comunità Ebraica di Londra

*3 The Lancet, vol. 369, num.9562, pgg.617-619

VINCI LO STRESS CON LA TERAPIA DEL DESERTO

28 Nov

Un’esperienza estrema, che aiuta a prendere le distanze dai problemi della quotidianità e rigenerarsi, contemplando i grandi spettacoli della natura

Scadenze impellenti, bollette da pagare, pressione sul lavoro, partner esigenti, figli a cui stare dietro e ore in macchina fermi nel traffico… Per chi vive in una grande metropoli sembra che ventiquattro ore non siano mai abbastanza per fare tutto; ed è così che stress, tensione e spossatezza divengono i compagni inseparabili delle nostre giornate.

Chi non desidererebbe allora “staccare la spina” e concedersi una seconda luna di miele in qualche meraviglioso paradiso tropicale?

Ultimamente però sembra che Bahamas, Seichelles, Antille e via dicendo non siano più in cima alla classifica delle mete più ambite per combattere l’ansia e ritrovare un po’ di benessere. L’ultimo trend del viaggio anti-stress, infatti,  si chiama “Desert therapy”. Appena battezzata da mass-media e tour operator, la “Terapia del deserto” promette di essere la soluzione a una vita frenetica, divenuta ormai insostenibile.

La “cura” consiste in lunghe camminate tra le dune di sabbia, immersi in spazi sterminati, dove i panorami possono essere assaporati fino in fondo, dove le stelle sono tanto brillanti da far sembrare di poterle toccare, dove i ritmi sono dati soltanto dal movimento dei cammelli, i giorni scanditi dalle albe e dai tramonti, gli anni contati a millenni ed è possibile scoprire il più bello di tutti i suoni: il silenzio. Il principio è quello di curare lo stress attraverso lo “spaesamento” che questi luoghi sconfinati generano nell’essere umano, abituato alla frenesia metropolitana. Spostarsi per il deserto stimola a liberare la mente, a scoprire i propri limiti, favorisce l’introspezione e aiuta a ritrovare sé stessi.

Ma non si tratta di trekking; le passeggiate nel deserto infatti sono alla portata di tutti e non serve essersi sottoposti ad allenamenti mirati prima di mettersi in viaggio. Le agenzie infatti propongono mete e percorsi differenti a seconda delle inclinazioni di ciascuno; e bastano solo tre giorni per dire addio allo stress dell’ufficio e dimenticare le code in tangenziale… La prima volta si può iniziare con un assaggio soft del Sahara, il deserto un tempo considerato ostile e impietoso e che oggi attira invece più turisti della Costa Smeralda: affascinante la parte arida e sassosa dell’erg libico; le isolate oasi egiziane, ricche di importanti monumenti storici; gli itinerari imperdibili del Marocco, dell’Algeria, nonché le immense dune della Tunisia. Quest’ultima è forse la meta più gettonata. Da Milano in un’ora e mezzo di volo si arriva nella splendida oasi di Tozeur: mille ettari di palmeto bagnati da duecento sorgenti d’acqua. Da qui si parte per le piste di sabbia sahariane, a piedi, a cavallo, con dromedario o, per gli appassionati di moto a quattro ruote, con il quad. A circa quaranta chilometri dall’oasi, vale la pena fermarsi per una sosta a Ong El Jemal, un promontorio roccioso a forma di collo di cammello (da cui prende il nome), che si affaccia sul lago salato di Chott El Jerid, regalando la vista di un panorama davvero mozzafiato; tanto da essere stato scelto come location cinematografica per le scene più romantiche del famoso film di Anthony Minghella “Il paziente inglese”.

Per i più audaci, che hanno voglia di spingersi oltre, la meta ideale è, invece, il Sudamerica: in Brasile si può ammirare un panorama di incomparabile bellezza offerto dalle alte dune di sabbia bianca e dai laghi di acqua cristallina del Parco di Lencois Maranhenses, il cosiddetto “Sahara brasiliano”; mentre in Bolivia si trova il Salar de Uyuni, la più grande distesa salata del mondo. Mete altrettanto suggestive, ma meno note, sono il deserto di Taklamakan in Cina, il Simpson Desert in Australia e il Kalahari, nell’Africa meridionale.

Infine, per tutti quelli a cui lo stress viene al solo pensiero di prendere un aereo, c’è il Désert des Agriates: con solo quattro ore di traghetto la Corsica vi attende per svelarvi i misteri di questo impenetrabile territorio.

Tra qualunque duna scegliate di perdervi, sapppiate che, finché dura l’immersione in quel mondo di sabbia, l’altro mondo (quello degli orari spietati, delle marce forzate imposte dal lavoro, delle arrabbiature, dello stress, del tempo che non ci basta mai) scomparirà; e, quando vi farete ritorno, per lo meno, avrete le batterie cariche!

Giulia Sonnino Mimun