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LA SALVEZZA DELL’ANIMA PASSA PER LA TAVOLA!

29 Set

Cibo e religioni: dietro ogni pasto tradizioni e precetti antichi

 

Gli italiani mangiano troppo, ma soprattutto male!

Le ricerche del nutrizionismo moderno evidenziano infatti che, tralasciando gli aspetti quantitativi, nelle nostre dispense si trovano troppo spesso alimenti industriali di scarsa qualità, saturi di conservanti, additivi, coloranti, che ne alterano il valore e che possono anche rivelarsi nocivi per la salute. Spesso inoltre tendiamo a mettere in tavola le cosiddette “combinazioni sbagliate”, ossia quelle associazioni di cibi che fra loro non vanno d’accordo e che sono alla base di numerosi disturbi, come gonfiori, allergie, intolleranze, cattiva digestione, acidità, fermentazioni intestinali, cellulite, etc.

Per rimediare a questi errori, consultare dietologhi e nutrizionisti è senza dubbio la strada più indicata; c’è tuttavia qualcos’altro, oltre alla scienza, che può venirci in aiuto: la religione. Ogni credo infatti porta con sé un complesso di regole alimentari, che, a seconda del contesto, incidono in maniera più o meno significativa sulle singole consuetudini. Il rapporto con l’alimentazione, dunque, dice molto riguardo alla fede del credente e al suo regime di vita, che, il più delle volte, lo porta a scegliere con maggior criterio ciò che mangia. Per quasi tutti i fedeli, infatti, il cibo è “fonte di vita” e rappresenta un dono proveniente direttamente da Dio, motivo per il quale un’alimentazione poco attenta rischierebbe di contaminare, oltre al corpo, anche lo spirito di chi la segue.

Prorpio al fine di “purificare” il corpo dalla corruzione che deriverebbe da un consumo sfrenato e distratto di cibo, le religioni raccomandano, nell’ambito di un modus vivendi sano e igienico, di astenersi dall’impiego di alcuni alimenti e, in alcuni casi, invitano persino al digiuno.

Molti culti orientali, ad esempio, particano il vegetarismo. Per buddhisti, induisti e janisti infatti mangiare la carne equivale a una grave crudeltà e implica la mancanza di rispetto nei confronti della vita di altri esseri senzienti. Inoltre è loro proibita qualunque sostanza ritenuta “tossica”, come naturalmente il fumo e le droghe, ma anche alcolici, caffè e thè. Lo stesso divieto riguardo gli elementi nocivi è valido anche per i mormoni, i quali, sebbene mangino carne, hanno l’obbligo di farlo con moderazione e che inoltre digiunano una volta al mese.

Assai più complesso risulta il corpus normativo prescritto nella Bibbia e osservato dagli ebrei. Il cibo è un aspetto fondamentale nella vita del popolo d’Israele e ne scandisce i momenti chiave; i precetti alimentari sono infatti considerati il mezzo per portare il sacro nel quotidiano, per cui la tavola si innalza ad altare, sul quale disporre soltanto cibi scelti con severa accuratezza, secondo quanto esplicitamente comandato (le disposizioni a riguardo si trovano nel capitolo 11 del Levitico). Le prescrizioni si basano sulla ripartizione dei cibi in due grandi categorie: la Torah* distingue tra animali taref, non idonei, impuri (e quindi proibiti), e animali kasher, ossia permessi. Per quanto riguarda i mammiferi, è ad esempio consentito nutrirsi di quadrupedi ruminanti con zoccoli spaccati, la cui l’unghia sia bipartita; è il caso di mucca, bue, pecora, capra e cervo. Al contrario sono ritenuti impuri maiale, cammello, coniglio, lepre e cavallo. I volatili sono tutti permessi, tranne i notturni e i rapaci. Inoltre è consentito mangiare esclusivamente i pesci che possiedano sia pinne che squame; ne consegue che sono esclusi molluschi e crostacei. È infine vietato cibarsi di qualsiasi animale che possa suscitare disgusto (anche tenendo conto degli usi del luogo), come ad esempio, topi, lucertole, lumache e la maggior parte degli insetti. Gli animali permessi sono tuttavia ritenuti kasher soltanto se vengono uccisi secondo una particolare tecnica, chiamata shekitàh, che consiste nello sgozzare la bestia con un coltello affilatissimo, in modo da recidere le arterie carotidi, causando una perdita di coscienza quasi immediata (il che limita al minimo la sofferenza dell’animale) e permettendo al tempo stesso che il sangue scoli completamente dal corpo. Agli ebrei infatti è assolutamente proibito consumare sangue: “Non potrete mangiare nessun tipo di sangue dovunque voi risiederete, sia esso di volatile o di quadrupedi”(Levitico, 7, v.26), questo in quanto esso è considerato sede della vita stessa. Come noto alla scienza inoltre, il sangue è carico di tossine negative per l’essere umano e, se l’animale si spaventa di fronte alla morte imminente, scarica nel sangue adrenalina, anch’essa tossica. Con il metodo della shekitàh, dunque, l’improvvisa mancanza di ossigeno al cervello rende la morte istantanea, mentre i riflessi condizionati che ne seguono fanno sì che il sangue fuoriesca, rendendo inoltre la carne così ottenuta meno soggetta a deterioramento. Qualora però, dopo averne controllato gli organi interni, ci si accorgesse che l’animale ritualmente macellato presenti malattie o difetti fisici, sarebbe ugualmente vietato cibarsene.

L’ultima delle norme che regolano il regime alimentare ebraico riguarda il divieto di consumare carne e latte nello stesso pasto. La regola trova le sue radici nel passo biblico “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre” (Deuteronomio, 14, v.21) e sembra esprimere implicitamente un messaggio di compassione, il desiderio dell’Onnipotente di comunicarci l’ambiguità morale causata dalla distruzione della vita animale per il nostro godimento culinario. Accanto a questa teoria, esiste però anche la dimostrazione scientifica del fatto che l’inosservanza di tale precetto comporti una riduzione dell’assorbimento intestinale del ferro contenuto nella carne. I latticini infatti formano una sorta di pellicola intorno ad essa, rendendola così inattacabile dagli enzimi preposti alla digestione.

L’estrema rigidità di queste norme può sembrare fanatica ed estremistica, ma in realtà costituisce un’importante garanzia per il consumatore; tanto che, specialmente dopo il timore per il morbo della mucca pazza e per l’aviaria, anche moltissimi italiani non ebrei hanno cominciato a scegliere i prodotti kasher, proprio in virtù dei severi controlli cui sono soggetti, ritenendoli più sani e igienicamente più sicuri. Negli ultimi anni l’esigenza di una maggiore tutela nel settore alimentare ha innescato un vero e proprio “fenomeno del kasher”, facendo addirittura preferire tale marchio a etichette come “biologico”, “naturale”, “senza additivi”, etc.

Come per gli ebrei, anche per i musulmani è lecito mangiare soltanto animali uccisi secondo le regole della macellazione rituale (tadhkiya) e la selvaggina alla quale il cacciatore (musulmano) ha sparato pronunciando la formula “Bismillâhi, Âllâhu âkbar” (“Nel Nome di Dio, Dio è il più grande”). Inoltre ai fedeli è esplicitamente proibito consumare carne di maiale, nonché di animali trovati morti. Alcune scuole di giurisprudenza sconsigliano anche di cibarsi di carne di cane, gatto, asino e rognoni, di alcune parti del corpo (come il midollo e il cervello) nonché degli attuali prodotti alimentari con conservanti o altri ingredienti di origine animale, indicati nelle etichette con la lettera ‘E’. Sono infine proibiti i collageni e le gelatine animali. Da non dimenticare poi che, per evitare gaffe a pranzo con un musulmano, meglio non ordinare del vino: il consumo di alcolici infatti è severamente vietato ai fedeli di Maometto.

A differenza delle altre religioni, il cristianesimo a tavola non prevede alcun vincolo. Come dice San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “Anche il mangiare e il bere sono per la gloria di Dio”. In ragione di ciò l’”apostolo dei Gentili” esorta i fedeli a consumare ogni qualità di cibo, senza temere ripercussioni sull’integrità dello spirito, purché per ogni pietanza venga ringraziato il Signore. Tale autonomia di scelta in ambito alimentare rappresenta, come visto, un’importante eccezione nel contesto religioso; soltanto ai cristiani infatti è permesso di assaggiare senza remore “i sapori” delle altre culture: “Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno” (Vangelo di Luca). Tuttavia anche la Chiesa pone qualche limite, condannando il consumo sfrenato di cibo per il solo piacere dei sensi e ricollegandosi così all’idea di santità e purificazione che si ottiene attraverso la capacità di limitare le proprie voglie fisiche e i propri desideri istintivi. Per questo scoraggia innanzitutto l’eccesso di alcol e invita ad astenersi dal mangiare carne durante i venerdì di Quaresima e al digiuno penitenziale il Mercoledì delle Ceneri.

Un ultimo aspetto da prendere in considerazione è quello legato alla salute psicologica di chi fa un consumo smodato del cibo.  Quello che per i cristiani è  un semplice peccato di gola, può rivelarsi infatti un peccato assai più grave: quello verso la sacralità del proprio corpo, mezzo di comunicazione primario di noi stessi. Perdere il rapporto corretto ed equilibrato con il cibo equivale infatti a perdere il rapporto con se stessi. In questo ambito le norme religiose possono rappresentare un ulteriore appiglio per i fedeli in lotta continua con la bilancia.

Giulia Sonnino

* “Legge ebraica”. Con questo termine si indicano i cinque libri del Pentateuco, conosciuti anche come Antico Testamento