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UNO SGUARDO SOTTO LE LENZUOLA DEI CREDENTI

18 Gen

Le religioni generatrici di etica… sessuale

Amore e Psiche (Canova)

Da sempre le morali sessuali rispecchiano la cultura dell’ambiente nel quale si sono diffuse e, di conseguenza, non sono immuni dall’influenza che le fedi religiose esercitano sulle tradizioni delle diverse collettività. Per molti popoli del passato il rapporto sessuale era ritenuto un atto sacro e ricopriva dunque una posizione fondamentale all’interno delle pratiche religiose. Si riteneva infatti che, attraverso l’atto della procreazione, all’uomo venisse dato il potere di accomunarsi alle divinità, che si erano accoppiate, popolando la terra. Il godimento inoltre portava all’estasi, elevando così la mente umana a livelli eccelsi. Per questi motivi le pratiche sessuali (anche omo) rientravano a pieno titolo in molte cerimonie. Non vi era nulla di vergognoso nel sesso e nella nudità, tanto che gli antichi greci,in occasione delle celebrazioni liturgiche dedicate a Dioniso, partecipavano a riti orgiastici; e non erano da meno i romani che, durante i Baccanali, praticavano la violenza sessuale reciproca (sodomia compresa), specialmente sui nuovi adepti.

Le remote tradizioni pagane non sono le sole ad affrontare il tema del legame tra sesso e religione. Anche nell’Antico Testamento infatti non mancano riferimenti a incesti, stupri, prostituzione e trasgressioni sessuali. Si pensi all’episodio delle figlie di Lot: quando, dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, credettero che il resto dell’umanità fosse stato sterminato, cospirarono tra loro per far ubriacare il padre e “coricarsi” con lui, con l’intento di preservare la stirpe paterna. La vedova Tamar, pur di assicurare la discendenza di suo marito, arrivò a travestirsi da prostituta e sedurre con l’inganno il suocero Giuda, il quale dopo la morte del primogenito, non aveva rispettato la legge del levirato, negandole il matrimonio con suo figlio minore. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma ciò che emerge in tutti gli episodi biblici è che l’esuberanza sessuale di queste donne era sempre e comunque legata fermamente al fine della procreazione, per raggiungere il quale, tutto era considerato lecito. Il “principio procreativo”, che trova le sue radici nel passo biblico “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi»…” (Genesi 1, 28), è dunque alla base dell’etica sessuale ebraica, nonché di quelle islamica e cristiana. Nonostante siano passati quasi seimila anni da quando il Signore impartì ad Adamo ed Eva di riprodursi, questa prescrizione resta tuttora valida: tanto l’ebraismo quanto l’islam ritengono, infatti, che nessun uomo debba astenersi dal mettere al mondo dei figli e che colui che resta celibe non si possa considerare pienamente “uomo”: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli farò un aiuto che gli sia simile”, è scritto nella Bibbia, che prosegue: “Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie  e (nei figli) diverranno una sola carne” (Genesi, 2, vv.18 e 24). È questo il “principio dell’unione”, per cui la sessualità  va dunque considerata sacra. Affinché ciò avvenga, però, il sesso deve essere kosher, attenersi cioè ai codici comportamentali e alle regole della legge ebraica, molte delle quali contenute nei capitoli 18 e 20 del terzo libro del Pentateuco, il Levitico. In queste pagine vengono fermamente condannate tutte quelle forme sessuali considerate perverse: la bestialità, la prostituzione, l’adulterio e la sodomia. In quest’ultima, oltre ai rapporti omosessuali, si fanno rientrare anche tutti quegli atti non finalizzati alla procreazione, come il sesso anale, quello orale, e, non meno gravi, la masturbazione e la pratica anticoncezionale del coito interrotto, che configurano il cosiddetto “peccato di Onan”*1. Il Pentateuco fornisce inoltre regole dettagliatissime sui tempi in cui è lecito accoppiarsi e quelli in cui è bene astenersi (ad esempio è severamente vietato avere rapporti durante il ciclo mestruale della donna e nei sette giorni a esso successivi). Infine, non va dimenticata una prescrizione quasi ovvia: niente sesso fuori dal matrimonio!

Come detto, le regole sono sostanzialmente le stesse anche per i musulmani, per i quali la castità prematrimoniale è un precetto esplicitamente comandato dal Corano: “E quelli che non trovano moglie si mantengano casti finché Dio li arricchisca della sua grazia” (Sura 24,33). I fedeli di Maometto sono inoltre tenuti a osservare la castità assoluta durante il periodo del digiuno nel mese di ramadan. Al contrario di quanto si potrebbe pensare però, nel mondo musulmano il sesso non è affatto un tabù; l’Islam nutre infatti un vero e proprio culto verso l’”arte del piacere”, considerata uno degli elementi base su cui si poggia il matrimonio. Sposandosi, entrambe le parti garantiscono l’imta, l’appagamento sessuale dell’altro; il sesso fra coniugi diviene così un vero e proprio dovere coniugale, basato sempre sul principio di reciprocità nel soddisfcimento dei desideri del partner: “Coltivate l’amore per le vostre donne come un giardino…e date loro piacere e loro lo diano a voi” (Corano). Si pensi infine che, proprio in virtù del rispetto reciproco, prima dell’atto i coniugi si sottopongono a un rito preparatorio, che prevede per entrambi la depilazione e altre pratiche igieniche. L’Imam ‘Ali afferma in proposito: «Ogni volta che i peli di una persona aumentano, il suo desiderio sessuale diminuisce».

Per quanto riguarda la visione cristiana, come accennato, essa si basa sugli stessi principi delle altre fedi monoteiste. Tuttavia, sebbene i primi cristiani non avessero una visione negativa della dimensione fisica dell’uomo né della sessualità, a partire dal Cinquecentio la dottrinna accentuò la contrapposizione tra sfera corporale e spirituale, svalutando seccamente il valore della prima e arrivando, col tempo, a sostenere che i rapporti carnali distogliessero l’attenzione dalla dedizione al Creatore. Ebbe così inizio una vera e propria crociata contro la libidine e l’atto sessuale in sé, che implicò un crescendo di divieti e condanne da parte di numerosi religiosi, come San Gerolamo, San Paolo, e il più accanito Sant’Agostino*2, il quale inasprì ulteriormente le critiche, introducendo nella cultura europea l’idea del sesso come peccato. “Ritengo che le relazioni sessuali vadano radicalmente evitate –asseriva il teologo latino – Penso che nulla avvilisca l’uomo quanto le carezze di una donna e i rapporti corporali che fanno parte del matrimonio”. Egli infatti imputava alla carnalità di essere il mezzo di trasmissione del peccato originale, ossia dell’ingresso del Male nel mondo; e ciò accadeva quasi in concomitanza con l’instaurazione della castità obbligatoria per il clero latino sposato. L’inconciliabilità tra erotismo e spiritualità fu alla base del pensiero cristiano per molti secoli, durante i quali il matrimonio venne considerato soltanto come “rimedio” alla lussuria ed effetto collaterale della necessità di garantire la procreazione. Tale visione rimase inalterata fino al XX secolo, quando, è proprio il caso di dirlo, grazie a Dio, la Chiesa iniziò ad aprirsi nei confronti della sessualità: nel 1930, in un passo dell’enciclica Casti Connubii, Papa Pio XI attribuì per la prima volta al sesso, oltre all’immutato obiettivo principale della procreazione, anche il fine secondario di “rafforzamento del reciproco amore”, riallacciandosi al principio dell’unione, già riconoscito da musulmani ed ebrei. Oggi il cristianesimo promuove il matrimonio come segno visibile dell’amore di Cristo per la sua Chiesa e le due strade del celibato e del matrimonio hanno pari dignità e valore.

Anche il Buddhismo critica l’attaccamento al sesso, quando sia fine a se stesso, generato da un desiderio morboso e incontrollabile. In questi casi viene infatti considerato una fonte di infelicità, in quanto, eludendo il precetto di non abusare dei sensi, è capace di travolgere una persona fino a destabilizzarla. Qualora la carnalità fosse invece vissuta come unione mistica e profonda tra due individui, essa avrebbe la forza di liberarsi dal vortice della sola lussuria e divenire un mezzo per raggiungere il senso della totalità dell’essere umano. Quando ciò avviene, non vi è più alcun taboo per i buddhisti, che, addirittura nelle pitture sacre, ritraggono le divinità durante l’amplesso.

Al contrario delle filososfie occidentali, il piacere diventa per molti culti esotici uno strumento sacro. È questo, ad esempio, il caso del tantrismo indiano, per cui l’atto sessuale si traduce in esperienza mistica, in cui, attraverso la carnalità e la libidine, si raggiungono l’estasi e la perfezione spirituale.

Gli Indù fanno addirittura del sesso un simbolo sacrale, arrivando, in alcuni rituali, a onorare gli organi sessuali maschile e femminile (linga e yoni).

La visione confuciana, infine, non pone limiti alla sessualità maschile, riservando all’uomo un’accezione quanto mai estesa di etica sessuale. Diversa la posizione nei confronti del gentil sesso, considerato inferiore e privo di diritti anche in questo ambito.

Insomma, chi pensava che almeno sotto le lenzuola ci fosse un po’ di privacy dovrà ricredersi: da lassù non sfugge nulla!

Giulia Sonnino Mimun

*1 Secondogenito di Giuda. Nel libro della Genesi si racconta di come, secondo la legge del levirato, egli sposò Tamar, vedova di suo fratello; ma poiché il figlio primogenito che ne avrebbe avuto non sarebbe stato considerato suo, ma del fratello defunto, egli decise di non averne e ricorse al metodo anticoncezionale del coitus interruptus, disperdendo per terra il suo seme. Dio lo punì con la morte per la sua disobbedienza alla legge (Genesi 38,6-10)

*2  Maggior teologo dell’antica Chiesa latina, vissuto tra il IV e il V secolo